Confessione

Confessione

Datosi che sto per morire, voglio rendere piena confessione di un fatto riprovevole da me commesso nella primavera del 1979.

Stava finendo il mio ultimo anno di liceo. Fu organizzato uno di quei viaggi di istruzione che nella scuola di oggi sono comunissimi, ma che allora erano un’impresa rara e quasi titanica. La meta ovviamente fu Firenze, col suo patrimonio artistico che poche città al mondo potevano vantare.

Per me e per molti miei compagni di classe si trattava del primo viaggio nella penisola. Chissà che sacrifici fecero i miei genitori per pagarmi il viaggio. Ne ebbi percezione solo molti anni dopo.

Andammo in due classi, noi e la quinta ginnasio della nostra sezione.

Un viaggio in traghetto sino a Civitavecchia, poi in treno sino a Firenze. Una sfacchinata niente male vista con gli occhi di un adulto, ma per noi fu un grande divertimento.

Sette giorni intensissimi, durante i quali vedemmo Palazzo Pitti e altre meraviglie della città. La passione dei miei compagni erano però i mercatini. Rubavano piccoli oggetti di tutti i tipi, se ne riempivano le tasche. Io osservavo attonito, e vedevo il compiacimento nei loro occhi dopo le razzie.

Solo un vecchio, laido, dagli occhi grifagni, non si fece derubare. Aveva una mercanzia molto interessante, decorazioni militari belle, scintillanti. I miei compagni avevano messo gli occhi, in particolare, su una croce nazista, che era il pezzo forte della collezione. Però quello se lo aspettava, e non ci staccava gli occhi di dosso.

Non so come, ma mi venne in mente di farlo io, quel furto difficile.

O meglio, lo so come: volevo farmi bello agli occhi di una ragazza di quinta, una bella moretta che sembrava più matura dei suoi quindici anni.

Andai al mercatino da solo, con un paio di forbicine con le quali pensavo di tagliare il nastro della croce e di scappare a gambe levate.

Non so se poi fu per viltà o per scrupoli di coscienza, ma detti al vecchio le diecimila lire che chiedeva e comprai la croce. Ne recisi il nastro con le forbicine, per dimostrare che era stata sottratta illecitamente, e mi precipitai a pavoneggiarmi con i miei compagni di viaggio. Mi godetti lo sguardo di ammirazione della mia ragazzina, e pregustai godimenti più pieni.

Non ho saputo rubare, ma ho saputo mentire, e la menzogna ha retto per tutti questi anni, ed io ho goduto di un credito effimero ma comunque immeritato.

Magari è troppo tardi per rendere il conto, salvo che alla propria coscienza.

Però a quelli che restano voglio dire: sono stato peggiore di quello che avete pensato.

Vi ho ingannato.

Perdonatemi, se potete.

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