Doppia vita

Doppia vita

Quando morì all’età di 46 anni, di morte naturale, Gojtar Vokkri era per tutti un uomo insignificante, che campava stentatamente dando lezioni private di matematica e di fisica. La modestia della sua persona si rifletteva adeguatamente nel suo misero monovano in periferia, per il quale stava ancora pagando il mutuo.

Sennonché venne fuori che il professor Vokkri aveva quasi tre mi­lioni di euro in un conto bancario all’estero.

La cosa incuriosì la polizia, che perquisì accuratamente il suo appartamento, nel quale trovò un quadernetto a quadretti, scritto fitto fitto, il cui contenuto spiegava quel mistero.

Nei quindici anni precedenti il professor Vokkri aveva compiuto dietro compenso 76 omicidi.

Due particolarità colpirono l’immaginazione del pubblico, quando la vicenda fu divulgata.

La prima era che tutti gli omicidi furono compiuti con la stessa arma, un coltello a serramanico sardo di tipo pattadese, con manico di corno di montone e lama di 12 centimetri. La tecnica era sempre la stessa, semplice ed efficace: recideva con un gesto rapido e preciso l’arteria carotide, cosa normalmente sufficiente a causare la morte per dissanguamento in pochi minuti; subito dopo, per scrupolo professionale, immergeva lo stesso coltello in una coscia della vittima, alla ricerca dell’arteria femorale, che veniva a sua volta recisa. In sostanza, infliggeva due ferite entrambe da sole sufficienti a cagionare rapidamente la morte.

La seconda era che tutte le vittime erano persone spregevoli, secondo il punto di vista dell’uomo comune. La maggior parte erano stalker, ma tra esse vi erano anche usurai, pedofili, politici corrotti, mariti violenti. Tutte persone delle quali qualcuno aveva buone ragioni per desiderare la morte.

Il professor Vokkri tramutava il desiderio in realtà, dietro compenso adeguato. In un solo caso lavorò completamente gratis: si trattava del violentatore di una bambina di quattro anni, uscito dal carcere dopo appena due anni, grazie ad un indulto e ai benefici previsti per la buona condotta. Quella che avrebbe dovuto essere la sua prima notte fuori dal carcere, la concluse sul lettino di un obitorio.

Gojtar Vokkri aveva annotato tutto sul suo quadernetto: nomi delle vittime, compensi, ragioni delle esecuzioni. Su quest’ultimo argomento si diffondeva particolarmente, perché, da uomo retto, riteneva di dover giustificare in modo rigoroso quelli che secondo la legge erano gravi reati.

Restò però un mistero il modo nel quale Vokkri aveva raggiunto la perizia esibita nelle sue esecuzioni. Tutti i medici legali chiamati ad esaminare i cadaveri erano stati concordi nel ritenere che si trattasse di interventi compiuti da mano esperta, probabilmente quella di un chirurgo. Invece era quella del professor Gojtar Vokkri, laureato in fisica, appassionato di filosofia e di scacchi.

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