Glaucoma

Glaucoma

L’avvocato Gennaro Sansone accolse di buon grado il suggerimento del suo oculista, e si prenotò al Policlinico di Santa Maria Capua Vetere per sottoporsi all’esame del campo visivo.

Più di un suo familiare si era ammalato di glaucoma, ed uno zio era persino diventato cieco. Gli parve sensato, pertanto, fare quell’esame per verificare se in lui fosse sorta la malattia, visto che essa, diagnosticata tempestivamente, era agevolmente curabile.

Sopravvalutò i problemi del parcheggio dell’automobile, ed arrivò con un’anticipo di più di mezz’ora.

All’ingresso fu tentato di chiedere informazioni, ma quando vide chi era preposto a darle, decide di farne a meno. Riconobbe subito Antonio: quel ragazzo, affetto da un lieve ritardo mentale, che alle scuole medie era stato oggetto di persecuzione da parte di tutti i compagni di classe, tranne Gennaro. Erano passati quarant’anni, ma Gennaro non ebbe difficoltà a riconoscere in quell’uomo, grigio nella testa e nell’abito, il compagno terribilmente vessato, senza che nessuno avesse anche solo pensato di proteggerlo.

Proprio Gennaro ci aveva pensato, per la verità, ma, temendo di essere accomunato a lui nella persecuzione, aveva finito col desistere dal proposito. In quel momento se ne vergognò profondamente, e volle perciò evitare quell’uomo. Trovò da sé il reparto di oculistica e lo raggiunse.

Due infermiere stavano al banco dell’accettazione: videro i fogli di Gennaro e lo invitarono ad attendere il suo turno. In quel momento una donna di mezza età, col camice bianco, uscì da una stanza e consegnò il suo referto ad una donna che attendeva seduta; subito dopo ne invitò un’altra ad entrare nella stanza dalla quale era uscita.

Gennaro attese circa mezz’ora, senza alcuna ansia. Sedeva accanto ad un uomo anziano, che verosimilmente era il marito della donna che era in quel momento sottoposta all’esame.

Il vecchio sbuffava periodicamente. Gennaro calcolò un periodo medio di quattro minuti tra uno sbuffo e l’altro. Quando la moglie uscì, si alzò di scatto, ma la moglie lo invitò perentoriamente a sedersi di nuovo. C’era da attendere il referto. Arrivò dopo altri quattro minuti, quando il vecchio aveva già sbuffato una volta. Questa volta la paziente, dopo aver ricevuto il referto, fu invitata a rientrare nella stanza interna. Gennaro ipotizzò che stavolta l’esame fosse positivo, e la dottoressa desse istruzioni per il seguito.

Subito dopo Gennaro fu invitato ad entrare.

L’esame era banale. Il paziente veniva posto, in modo che non potesse muovere la testa, davanti ad un piccolo monitor, ed invitato a fissare un punto luminoso fisso. Il suo compito era premere un tasto ogni volta che vedeva un punto luminoso — dalla posizione e dalla luminosità variabili — apparire nel suo campo visivo. Era importante continuare a fissare il punto fisso, non inseguire i puntini variabili e non cercarli sul monitor.

Dopo un paio di minuti, Gennaro si accorse però di aver qualche difficoltà ad eseguire correttamente il compito che gli era stato assegnato.

All’inizio i puntini apparivano con regolarità, e Gennaro premeva il tasto senza fatica.

Quando la regolarità cessò, per un po’ Gennaro continuò a premere il tasto secondo la cadenza che aveva memorizzato, anche se non aveva visto comparire alcun puntino.

Poi corresse questa tendenza, ma divenne terribilmente teso. Le gambe gli si irrigidirono, ed iniziò a trattenere a lungo il respiro. Vi erano periodi angosciosamente lunghi nei quali non compariva alcun puntino, e Gennaro, stremato dall’attesa, finiva con l’immaginarsi un fioco puntino ai margini del suo campo visivo, premendo di nuovo il tasto a vuoto.

Dopo sei interminabili minuti passò all’occhio destro. Stavolta Gennaro si fece forza, proponendosi di concentrarsi per eseguire correttamente la prova.

Sennonché, dopo due o tre minuti, si imbambolò. Gli venne di colpo in mente una scena penosa, che aveva seppellita nella sua memoria. L’unica volta che aveva cercato seriamente di difendere Antonio dai suoi aguzzini, questi ultimi si erano rivolti contro di lui, e l’avevano minacciato pesantemente. Gennaro aveva avuto una paura infinita, e si era tolto di mezzo. Ora di colpo gli veniva in mente che non spettava a lui difendere Antonio. Esistevano istituzioni: i professori, il preside, i genitori, che avevano quel compito, e Gennaro bambino avrebbe potuto sollecitarli a svolgerlo. Come mai non ci aveva pensato prima?

Intanto qualche puntino era apparso sul monitor, ma Gennaro, immerso nel suo delirio, lo aveva ignorato. Passarono forse due minuti nei quali egli non premette il tasto nemmeno una volta. Ridestatosi dal torpore, completò il compito con tutta l’attenzione della quale fu capace, e restituì il tasto.

Fu ovviamente invitato ad attendere fuori il referto.

La dottoressa glielo consegnò dopo circa quattro minuti, e fece per allontanarsi.

Gennaro la chiamò, e nel frattempo lesse nel referto due volte l’espressione ‘lieve riduzione’, e, all’inizio, l’espressione ‘alcuni falsi positivi’. La dottoressa si girò, e Gennaro chiese: «allora posso stare tranquillo?». Quella fece un sorriso forzato, e rispose: «certo, mostri il referto al suo oculista».

Tornato al piano terra, Gennaro trovò il suo vecchio compagno accasciato in una sedia accanto alla guardiola. Gli disse: «Ciao Antonio», ma subito dopo abbandonò il locale senza attendere la risposta.

0 commenti

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *