Il giudice fannullone

Il giudice fannullone

Il dottor Bartolomeo Cacciapuoti, giudice civile del tribunale di *********, era noto come Oblomov tra gli avvocati di quel foro.

Il nomignolo gli fu affibbiato da un avvocato appassionato di letteratura russa, in considerazione della straordinaria indolenza palesata dal dott. Cacciapuoti in ogni suo comportamento.

Come il personaggio di Goncarov viveva nella sua stanza da letto, così il dott. Cacciapuoti, una volta arrivato al palazzo di giustizia, raramente e di malavoglia usciva dalla sua stanza. Accadeva di regola solo nella tarda mattinata, e solo se un collega lo sollecitava ad accompagnarlo al bar.

Quando ciò non avveniva, preferiva starsene rintanato nella sua stanza, ove aveva un’adeguata scorta di ignobili merendine, con le quali sopperiva alla fame che lo coglieva regolarmente un paio d’ore dopo il suo arrivo.

Raramente iniziava un’udienza prima delle dieci.

Arrivava nell’aula d’udienza con l’aria già stanca, ed osservava sconsolato l’orda di avvocati che si accalcavano davanti alla scrivania, già occupata da una pila di fascicoli con i verbali già compilati che sporgevano leggermente dalla parte superiore di essi.

Si sedeva rassegnato, dopo aver sbuffato e sospirato un paio di volte, e si sottoponeva con sguardo spento a quella che considerava una tortura.

Inutile dire che le cause assegnate a lui venivano decise in tempi notevolmente superiori a quelli impiegati da tutti i suoi colleghi. Quelle cause erano considerate come perdute in partenza da entrambe le parti: «cause morte» le chiamava (parafrasando il titolo del famoso romanzo di Gogol) quello stesso avvocato che lo avevo soprannominato Oblomov.

Teneva a riserva qualunque causa nella quale gli avvocati gli presentassero richieste non concordanti. Una volta tenuta a riserva, la causa restava in una sorta di quiescenza. Il fascicolo veniva inglobato in una delle cataste che invadevano da tempo la sua stanza, e restava lì per un tempo che spesso superava i due anni.

Dopo innumerevoli esposti, il consiglio superiore della magistratura iniziò un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Questo fatto spiacevole non fu però sufficiente a scuoterlo dalla sua consueta apatia. Sarebbe andato sicuramente incontro ad una meritata sanzione — verosimilmente una censura — se, prima della conclusione del procedimento, non fosse stato tratto d’impaccio dalla morte improvvisa, in conseguenza di una polmonite, che egli aveva preteso di curare standosene a letto per una settimana.

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