Il negretto

Il negretto

Mi seggo sulle scale davanti alla chiesa, per riprendere fiato. Sono solo in questa afosa giornata d’agosto.

Passa un bambino, nero, che conduce una bicicletta per mano.

Gira l’angolo e scompare.

Ora arriva un bambino di poco più grande, bianco.

Si guarda attorno, poi si rivolge a me: «Scusi signore. Ha mica visto passare un bambino con una bicicletta?».

«Ma chi, il negretto?», rispondo di getto.

Il bambino diventa rosso e, in tono di rimprovero, sebbene mite, «Eh… vabbè…», risponde.

Capisco di aver fatto una gaffe.

Quando io ero bambino, ‘negro’ era una parola neutra. C’era anche una canzone, nella quale si parlava di «altissimi negri».

Oggi ‘negro’ non si può usare, e, a quanto pare, nemmeno ‘negretto’.

Penso freneticamente a come rimediare.

Poi, l’illuminazione.

«È tuo fratello?», chiedo al bambino.

«Sì», risponde speranzoso.

«È passato, sì, ed è andato da quella parte», gli dico.

E aggiungo: «Però mi ha detto: Se passa mio fratello, digli che sono andato dall’altra parte».

Il bambino mi guarda, perplesso.

Poi scoppio a ridere, e dopo un po’ egli ride con me.

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