Il padre di Aminata

Il padre di Aminata

Periferia di Bergamo. Enorme parcheggio di un grande supermercato. Da una vecchia X3 nera scende un uomo di mezza età, magro, con gli occhiali. Si dirige verso un gruppo di senegalesi che offrono in vendita le loro povere mercanzie, stipate dentro carrelli della spesa.

«Scusate: chi di voi è il padre di Aminata?», dice l’italiano.

Quelli lo guardano con diffidenza, e solo dopo un silenzio imbarazzato avanza un ragazzo alto, di bell’aspetto, che con voce ansiosa risponde: «Sono io, perché?».

«Le posso parlare?» dice l’italiano, e con un movimento degli occhi lo invita a continuare la discussione dopo essersi appartati.

Il senegalese comincia ad agitarsi, e l’italiano si precipita a rassicurarlo.

Dopo che si sono allontanati di qualche metro, «Vede», gli dice, «sono il padre di un bambino che stava in classe con Aminata. Quest’anno, quando Aminata non è tornata a scuola, le maestre si sono preoccupate, anch’io mi sono preoccupato, perciò mi sono informato, ho saputo che lei lavorava qui, e sono venuto a chiederle notizie. Può dirmi perché Aminata non è tornata a scuola?».

Il ragazzo lo guarda stupito, poi, con voce triste, «Aminata è tornata in Senegal», risponde in perfetto italiano, «con mia moglie e mio figlio Abu».

L’italiano lo guarda muto, e il senegalese capisce che deve continuare. «Con quello che io guadagno qui, non ce la facevamo più, a vivere tutti qui. Invece se resto solo io, loro in Senegal, con i soldi che gli mando e con l’aiuto dei nostri parenti, vivono bene, molto meglio che qui».

L’italiano continua a tacere.

«C’è un’altra cosa», aggiunge infine il ragazzo africano. «I miei figli stavano a scuola con altri bambini, italiani. Bambini che avevano tutto: abiti, giocattoli, telefonini, tutto quello che desideravano lo avevano. I miei figli li guardavano, desideravano anche loro, ma non potevano avere, e si sentivano poveri. Ed io mi sentivo male. In Senegal stanno bene, stanno con altri bambini come loro, non desiderano più nulla. Perciò abbiamo preferito riportarli lì».

L’italiano sta a lungo in silenzio, con l’aria di chi cerca le parole ma non riesce a trovarle. Infine lo guarda negli occhi e «Mi dispiace», dice. «E lei quando li vede?». «Andrò una volta all’anno, per una settimana. Più di questo non mi posso permettere», risponde l’africano con un sorriso.

L’uomo di mezza età abbassa la testa, pensoso.

Dopo un po’, infila la mano all’interno della giacca, ed estrae un portafogli. Contiene un bel fascio di banconote. Le prende, le mette in una mano del ragazzo, e «Quest’anno ci andrà due volte», gli dice. «E cortesemente porterà ad Aminata i saluti di Fabio, il suo compagnetto italiano».

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