Il tiratore scelto

Il tiratore scelto

Il colonnello Zucchero mise giù il telefono e pensò intensamente per circa mezzo minuto.

Riprese il telefono, e appena gli fu risposto: «Sono il colonnello Zucchero», disse, «cortesemente faccia venire da me il maresciallo D’Angelo. Immediatamente».

Dopo aver incassato il Signorsì, pensò a quanto fosse inappropriato quel «cortesemente» in un contesto militare, nel quale il subordinato è tenuto all’obbedienza pronta e cieca. Si rassegnò al fatto di essere un militare dotato di buona educazione, e la cosa gli parve tollerabile, almeno in tempo di pace.

Due minuti dopo entrò nella sua stanza il maresciallo D’Angelo, suo amico d’infanzia. L’unica persona, in quella caserma, che gli dava del tu, almeno in privato.

«Rosario, è arrivato il momento che tu ti guadagni lo stipendio, una volta tanto», gli disse con affetto.

Il maresciallo sorrise e stette ad ascoltare.

Dodici minuti dopo si trovava nella piazza del Mercato, in uniforme di servizio e da combattimento.

Era a circa cinquanta metri dal toro, di cui potette apprezzare la stazza e vedere le corna ancora insanguinate.

Estrasse dalla custodia la sua carabina Mauser 66 SP e si inginocchiò. Puntò l’arma verso il toro, del quale inquadrò la testa nel cannocchiale.

L’animale nel frattempo si era accorto della sua presenza, e, rivolto il corpo verso di lui, stette un attimo fermo, preparandosi a caricare.

Quell’attimo di sosta gli fu fatale. Fu raggiunto da un proiettile che gli bucò il cranio tra un occhio e l’alto, e gli danneggiò irreparabilmente il cervello. Le sue gambe anteriori fecero uno strano movimento, tendendo ad incrociarsi tra loro, e subito dopo non lo ressero più. L’animale cadde pesantemente a terra, fece un ultimo movimento col capo e poi si afflosciò definitivamente.

Il maresciallo D’Angelo stava già riponendo il suo fucile nella custodia. Rivolse un ultimo sguardo di compassione al toro esanime, e si allontanò.

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