Il venditore di rose

Il venditore di rose

Come di consueto, la figura allampanata dell’avvocato Pira varcò la soglia del ristorante Il Corallo poco prima dell’una.

I tavoli posti all’esterno erano già tutti occupati da turisti poco vestiti e molto loquaci.

Erano però posti privi di interesse per l’avvocato Pira, che come tutti quelli del posto preferiva starsene tranquillamente all’interno, ove si sentiva protetto dall’aria condizionata e dalle facce familiari dei clienti locali.

Gli diedero il solito tavolo.

Doveva avere un discreto appetito, perché nel fare l’ordinazione snocciolò il suo menu completo: bocconi, orziadas fritte, risotto ai frutti di mare senza prezzemolo, calamari fritti; un quarto di vino bianco e mezzo litro di acqua minerale gassata.

Pian piano si riempì anche la parte interna del ristorante. L’avvocato Pira osservava con indifferenza quelle figure che con avidità si gettavano sulle sedie: uomini di mezza età con calvizie incipienti o avanzate, signore incartapecorite con capelli di colori improbabili, ragazzi malvestiti, ragazze dall’aspetto scialbo, e qualche bambino apparentemente denutrito e palesemente viziato.

Poi iniziò la sfilata dei venditori di rose.

Il primo, alto e magro, sopportò col sorriso il freddo diniego di tutti i commensali. Solo due uomini, per pragmatismo, gli consegnarono due euro in cambio di una rosa, che infilarono su una bottiglia di acqua minerale mezza vuota, a mo’ di protezione dai successivi venditori.

Il secondo invece era basso e grassottello, dalla faccia simpatica.

Si fermò a lungo ad un tavolo al quale stavano due coppie, che lo presero allegramente per i fondelli mentre continuava a sorridere rispondendo alle loro domande insolenti.

L’avvocato Pira a quel punto ebbe un moto di stizza.

Chiamò il ragazzo, dai chiari lineamenti asiatici, e lo invitò a sedere accanto a lui. Gli comprò l’intero mazzo di rose per venti euro, pur sapendo che avrebbe potuto averlo per la metà.

Si fece raccontare la misera storia del ragazzo, uguale a tante altre: veniva dal Bangladesh, aveva ventinove anni, aveva fatto le scuole medie, era venuto in Italia al seguito di un fratello che ci stava da più tempo. Sarebbe tornato in patria non appena avesse raccolto soldi a sufficienza per realizzare i suoi poveri sogni.

L’avvocato Pira si rese conto che aveva difficoltà con l’italiano. Non volle metterlo in imbarazzo, lo ringraziò e gli porse la mano in segno di saluto. Quello salutò con riconoscenza e si dileguò.

L’avvocato Pira tracannò l’ultimo bicchiere di vino, ed emise un triste sospiro.

Le rose le consegnò ad una delle cameriere, chiarendo che erano per tutto lo staff.

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