In ricordo di G.

In ricordo di G.

Sono ormai dieci anni che il mio amico G. ci ha lasciati.

Sebbene fossimo colleghi, non siamo entrati in confidenza sino a quando non scoprimmo che era un amico d’infanzia di mio padre.

Mi contagiò la passione per il papillon: per tanti anni siamo stati solo noi ad indossarlo, al palazzo di Giustizia di ********. Ho smesso dopo la sua morte.

Ricordo che circa una settimana prima mi telefonò.

Il pretesto fu quello di una pratica nella quale eravamo “avversari”, che però era sostanzialmente definita con accordo transattivo.

Liquidato quell’argomento, iniziò però a parlare di quando, insieme a mio padre e ad uno dei suoi fratelli, andava a caccia, partendo all’alba su una macchina scassatissima, con la quale era più facile andare a caccia di guai che di pernici.

La voce era impastata, da ubriaco. L’ebbrezza però non gli impediva di essere lucido e addirittura brillante nell’esposizione.

Si congedò con alcune parole molto tenere nei miei confronti.

Sentii che era profondamente triste.

Avrei voluto trovare le parole appropriate, se non per consolarlo, almeno per fagli sentire la mia vicinanza.

Avrei voluto, ma non riuscii.

Ora so che avrei dovuto dirgli, senza pudore: «Ti voglio bene, G.».

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