Labirinto

Labirinto

Sono a Bangkok, in centro, in vacanza, da solo.

Vedo arrivare, dall’altra parte della strada, un autobus carico di turisti.

Decido di attraversare la strada per salire su quell’autobus.

Mi blocco instantaneamente appena vedo i finestrini dell’autobus andare in frantumi, e odo il gracchiare della mitraglia.

Per un attimo non capisco, poi vedo un uomo incappucciato che solleva con una mano un fucile mitragliatore, in segno di esultanza. Ce ne sono almeno altri due che si accaniscono contro l’autobus, sul quale penso che non rimarranno persone vive.

E’ arrivato il momento di muoversi, e devo decidere in fretta.

Faccio appena in tempo a correre verso una viuzza ed ad infilarmici, mentre i proiettili mi fischiano pericolosamente vicini. Gli sparatori, completata la carneficina dei passeggeri dell’autobus, sparano a qualunque essere umano che vedono intorno.

Attraverso vie secondarie, giungo trafelato al mio hotel, deciso a fare in fretta e furia la mia valigia e a correre verso l’aeroporto.

Arrivo davanti alla mia stanza, e vedo la mia valigia rossa già fatta, che mi aspetta fuori. Resto sbigottito.

Buio.

Mi trovo su un autobus, vedo accanto a me un viso amichevole, e chiedo: «Mi scusi: questo è l’autobus per l’aeroporto?». L’interlocutore, un uomo segaligno di mezza età, mi guarda con stupore, e risponde: «Questa è la corriera per Muravera».

Ma guarda, penso, devo essere svenuto davanti alla mia stanza d’albergo, e qualche anima buona mi ha portato in aeroporto, caricato su un aereo per l’Italia, e poi…

No, non ha senso.

Ora capisco: è stato un sogno. Bangkok, l’autobus crivellato dai mitragliatori. Tutto un sogno vissuto intensamente mentre viaggiavo sulla corriera per Muravera, sulla quale evidentemente mi sono appisolato.

Mi sveglio, e sono nel mio letto, a casa mia. Ho sognato di sognare.

Ed ora? Quante volte ancora mi risveglierò?

Magari nel letto di un hotel di Guadalajara, mentre un bandito mi punta una pistola sulla testa.

Oppure in un letto d’ospedale, dopo anni passati in coma.

Perché non siamo mai  del tutto sicuri del fatto che non stiamo sognando; e nemmeno, a ben pensarci, del fatto di aver sognato.

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