L’agguato

L’agguato

Eccomi qua, il giorno di Santo Stefano, mentre percorro un viottolo di campagna di primo mattino, sulla mia scassata X3 nera.

Sono l’unico veterinario del paese di L., e per me non ci sono giorni di festa. Un vitellino appena nato, prematuro, mi aspetta. Sarebbe dovuto nascere nel nuovo anno; ma evidentemente andava di fretta. Rifletto sull’ironia del fatto che sia nato il giorno di Natale, e mi rappresento l’immagine buffa di un uomo e una donna che lo riscaldano col proprio fiato.

Poi indulgo a pensieri meno leggeri, mi ricordo dei miei sessant’anni, senza famiglia e senza un amore, e mi chiedo se era proprio questo che avevo desiderato da ragazzo. Mi rendo conto rapidamente che la domanda in fondo non ha senso, in una certa misura la nostra vita ce la scegliamo giorno per giorno. Ed io sono tutto sommato lieto di essere qui, ora, e di dedicare questo giorno di festa ad un animale in difficoltà.

C’è qualcosa in mezzo alla strada. Mi fermo, scendo, e vedo un cane meticcio di piccola taglia, agonizzante. Mi chino per capire se posso fare qualcosa per lui. Gli hanno sparato, a pallettoni, tutta la sua parte posteriore è un ammasso informe di carne sanguinolenta. Decido di fargli un’iniezione per porre termine alle sue sofferenze.

Mentre mi alzo, scorgo una figura scura, incappucciata, che si erge dietro un muretto a secco. E’ un essere umano, e imbraccia un fucile. Quasi certamente quello che ha ridotto il cagnetto in quelle condizioni. Ora è puntato contro di me.

Istintivamente, vado verso la macchina. Mentre sto per aprire la portiera, mi rendo conto che sto commettendo un errore imperdonabile. Posso fare in tempo a sedermi, a mettere in moto, ma nel frattempo la figura scura sarà davanti al mio finestrino, e mi presenterà il conto. Per un attimo ho la tentazione di andare sull’altro lato dell’automobile, per provare a giocare a rimpiattino col mio nemico silenzioso. Quando capisco che anche questa è un’idea infelice e inizio a correre, è troppo tardi. Sento i pallettoni che mi frantumano la colonna vertebrale, e cado come un sacco pesante lasciato andare da un contadino esausto.

Assaggio la terra.

Per ingannare l’attesa del colpo di grazia, mi chiedo chi può nascondersi dietro quel cappuccio. Chi può avere tanto interesse alla mia morte. Riesco solo ad indovinare che il vitellino ancora non è nato, che è servito solo per attirarmi lì, a subire quell’esecuzione. Ci ha rimesso l’incolpevole cagnolino, massacrato per farmi da esca.

L’allevatore che mi ha tradito non ha motivi di risentimento nei miei confronti, cosicché mi chiedo che cosa lo abbia indotto a partecipare al mio assassinio.

Muoio con questo dubbio.

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