L’anticamera

L’anticamera

Giuseppe ci mise circa due anni per capire quanto poco fosse apprezzata, nel mercato del lavoro, la sua brillante laurea in filosofia.

Quindici giorni di supplenze in un liceo: ecco tutto ciò che gli aveva reso sino ad allora. I soldi per togliersi qualche piccolo sfizio se li era guadagnati lavorando d’estate come cameriere, nel ristorante dello zio Luigi.

Fu un altro zio, che si chiamava Giuseppe come lui, a convincerlo, dopo estenuanti discorsi, che per valorizzare le sue indiscusse capacità avrebbe dovuto mostrarsi un po’ più “flessibile” di quanto non fosse stato sino ad allora.

Per farla breve, Giuseppe si trovò suo malgrado ad attendere nell’anticamera di un assessore regionale, conosciuto dall’amico di un parente.

Osservava attentamente le facce ansiose degli altri postulanti, e cercava di indovinare le loro miserabili storie. Provava una pena profonda per tutti loro, soprattutto per un ragazzo e una ragazza approssimativamente della sua età, entrambi accompagnati dal padre.

Dopo un’ora e mezza di attesa, e dopo che egli aveva resistito più volte alla tentazione di sgattaiolare via, arrivò il suo turno. Si alzò in piedi, e si bloccò. «Prego», gli fece l’usciere, leggermente spazientito, mentre lo invitava ad entrare nella stanza dell’assessore.

Giuseppe lo guardò con compassione, sorrise, e: «sai cosa?», gli disse, «preferisco fare il cameriere».

E se ne uscì a passo svelto e leggero.

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