L’attesa

L’attesa

Dopo cinquant’anni a fare il muratore, Benito Casiraghi non ce la fa più.

Spalle e schiena sono ridotte in condizioni pietose. La forza fisica è scemata. Tanti piccoli acciacchi congiurano a farlo sentire inadeguato.

Decide di smettere, e lo fa.

Gli resta il problema di sopravvivere, e non gli basta la pensione.

Vende la sua casa in paese. Non serve più: sua moglie è morta da sei anni, portata via da un tumore al seno, i due figli sono emigrati in Germania e a malapena si ricordano di avere un padre.

Svuota lo scantinato dove ha tenuto gli attrezzi del mestiere, che utilizza per l’ultima volta. Lo trasformerà in un’abitazione. Egli sa come fare, e lo farà bene.

Il locale ha una pianta approssimativamente quadrata, con lati di circa sei metri. Nei due angoli lontani dalla porta sistema la cucina e il bagno. Quest’ultimo essenziale, senza nemmeno protezione alla vista. E’ una casa per un uomo che vive solo, e che non aspira a ricevere visite. Un amico idraulico lo aiuta a far arrivare l’acqua dove serve. L’unico lusso è una lavatrice che asciuga pure. Non gli sarà possibile stendere la biancheria all’aria.

Gli angoli adiacenti all’entrata. Il letto a destra entrando. Accanto ad esso un piccolo armadio con i suoi miseri abiti, con pochi cassetti pieni di mutande con l’elastico malandato, calzini flappi e magliette ingiallite piene di buchi.

L’angolo a sinistra è riservato alla biblioteca. Benito è un muratore istruito, ha fatto il liceo classico e ha un centinaio di libri che ha già letto almeno due volte.

Al centro della grande stanza una sola, comoda poltrona, ricevuta in dono da un cliente che voleva sbarazzarsene. Accanto un mobiletto, che sorregge una radio vecchia ma perfettamente funzionante e un piccolo impianto stereofonico col quale ascolterà le sue raccolte di musica classica, Tutto Beethoven, Tutto Brahms, Tutto Mozart, e roba altrettanto succulenta. Niente televisore. Non guarda più la televisione da venti anni, l’unica trasmissione che vedeva regolarmente era Tribuna Politica, ai tempi di Giancarlo Pajetta.

Il lavoro è finito, e Benito abbraccia per la prima volta con lo sguardo la sua nuova casa, l’ultima della sua vita.

Si abbandona esausto sulla poltrona, e sorride.

«Sono pronto ad aspettare la morte», dice, mentre ascolta le prime note del concerto per violino e orchestra di Ciaikovkij.

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