Lo straniero

Lo straniero

Luca Giangiacomi ci sapeva fare con l’informatica e con gli affari. Riuscì a sviluppare con successo un paio di felici intuizioni, e divenne milionario prima dei trent’anni.

La disponibilità di somme importanti di denaro gli diede la possibilità di assumere giovani brillanti come lui, che magari non avevano ancora l’intraprendenza e il capitale necessari per mettersi in proprio. Ciò gli consentì di introdurre continuamente sul mercato nuovi prodotti di successo, e ben presto di diventare smisuratamente ricco. Ogni giorno studiava nuovi modi per estendere questa ricchezza, ne sperimentava diversi, e almeno uno su due aveva successo.

Venne però una mattina nella quale Luca si svegliò, nel suo splendido attico nel centro di Milano, e si sentì improvvisamente svuotato. Non aveva voglia di far nulla, e qualunque cosa provasse a fare gli suscitava nausea.

Pensò di essere malato. Si sottopose a visite ed esami per un paio di giorni, ma risultò perfettamente sano.

Decise allora di prendersi una vacanza. Non gli succedeva da circa dieci anni.

Per un paio di mesi girò l’Italia in incognito, soggiornando in alberghetti da quattro soldi e bed and breakfast.

Quando tornò, vendette le quote di tutte le sue società e tutte le sue proprietà personali. Ne ricavò circa 150 milioni di euro, che collocò in un trust, il cui scopo dichiarato era quello di fornire a ragazzi brillanti che ne erano privi i mezzi economici per compiere tutti gli studi necessari a valorizzare il loro talento.

Nel frattempo, imparò a fare il sarto: era la professione di suo nonno paterno, per la quale non aveva mai avuto alcuna attrazione. Dopo essersene impadronito, si accorse che non vi era mai stata alcuna attività per la quale si fosse sentito tanto portato.

Nel frattempo erano passati due anni, e il mondo di era dimenticato di lui.

Prese il traghetto da Genova a Porto Torres, e sbarcò in Sardegna. Con la corriera raggiunse un piccolo paese lontano dalle città, dove sapeva per certo che non vi erano sarti professionisti. La maggior parte delle massaie del paese avevano sufficienti capacità per arrangiarsi da sé; quelle che non lo erano, si facevano aiutare da qualche parente. Prese in affitto una casa nel centro del paese, e aprì la sua botteguccia da sarto, che collocò nell’ampia anticamera della casa.

Fu accolto con curiosità mista a diffidenza. Per tutti divenne su strangiu, cioè lo straniero, e ci mise quasi un anno per farsi accettare nella comunità. Grazie ai prezzi stracciati si conquistò presto la sua nicchia di mercato. Con quel che guadagnava riusciva a malapena a pagarsi l’affitto. Per mangiare si arrangiava con qualche baratto: uova, latte, carne, frutta, verdura venivano da lui ottenute in cambio di qualche lavoro, eseguito con la sua consueta maestria.

Il suo scrupolo nel lavoro, le miti pretese, la riservatezza, l’umiltà, il fatto che dopo pochi mesi si esprimesse correttamente nella lingua del posto, gli conquistarono prima il rispetto e poi l’apprezzamento di tutto il paese.

Lavorava poche ore al giorno, per lo più di pomeriggio. Il resto della giornata lo impiegava in lunghe passeggiate nella campagna intorno al paese, in qualche lavoro nell’orto che aveva impiantato nel terreno posto dietro la casa, in chiacchierate al bar con i vecchi del paese, che finirono per perdonargli il suo vezzo di non bere alcolici, e di consumare quasi esclusivamente latte.

Ora che è diventato un uomo di mezza età, non è più su strangiu, ma su maistu de pannu (il sarto). Qualcuno lo chiama semplicemente Luca.

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