L’ultimo racconto

L’ultimo racconto

Dopo aver vinto il premio Nobel per la letteratura, Patrik Krawiel decise di prendersi una lunga vacanza.

Appena tornato, il suo editore gli fece una proposta difficile da rifiutare: tre milioni di dollari sùbito, più una percentuale sul ricavato delle vendite, purché scrivesse un nuovo libro, da consegnare entro sei mesi, per sfruttare l’enorme popolarità derivatagli dal Nobel.

Patrik Krawiel decise di accettare, ma si sentiva a disagio.

Si impegnò a scrivere una raccolta di almeno cinquanta racconti brevi, il suo genere preferito. Aveva calcolato di scriverne uno ogni tre giorni. Idee ne aveva tante, si trattava solo di svilupparle, e nel frattempo sicuramente altre gliene sarebbero venute.

Dopo solo una settimana si rese conto di aver perso la voglia e addirittura la capacità di scrivere. Idee che pochi mesi prima gli erano sembrate promettenti, gli si afflosciavano in mano, e dopo aver scritto poche righe gli suscitavano addirittura disgusto. Per lui, che da quasi mezzo secolo scriveva con entusiasmo e naturalezza, come se si fosse trattato di respirare, fu una scoperta dolorosamente sorprendente.

Decise di cambiare aria. Lasciò la città, dove pure era sempre stato bene ed aveva scritto tutti i suoi libri, per ritirarsi in riva ad un lago in Canada. Qui trascorse lunghe giornate di passeggiate e di riflessioni, di letture e di progetti di nuove storie.

In questo modo trascorse senza profitto circa due mesi.

Tornò in città senza aver scritto una riga. Visse in stato quasi catatonico per alcune settimane, durante le quali mangiò in modo irregolare, si ubriacò spesso e dormì per gran parte del tempo.

Il suo editore gli telefonò quando mancava poco più di un mese alla scadenza del termine previsto per la consegna del libro. Voleva sapere a che punto fosse, e Patrik Krawiel lo rassicurò: pochi giorni ancora, e l’opera sarebbe stata terminata.

Qualche giorno dopo Krawiel dette disposizioni per trasferire tutto il denaro che conservava in banca — compresi i tre milioni ricevuti dall’editore per il nuovo libro — a due fondazioni che si occupavano di bambini abbandonati.

Una sera, dopo aver ascoltato l’Ave Maria di Gounod cantata da Fritz Wunderlich, si mise al computer ed iniziò a scrivere.

Raccontò la storia di quegli ultimi mesi, dell’orrore della scoperta della sua incapacità di scrivere, e della sopravvenuta consapevolezza del fatto che essa era solo la manifestazione più evidente dell’incapacità di vivere. Una ventina di pagine di venticinque righe, carattere Times 12, cui diede il titolo “L’ultimo racconto”.

Trasmise il documento al suo editore, come allegato ad una email nella quale scrisse: «Temo che dovrai accontentarti di questo».

Quindi aprì il cassetto, prese la sua pistola preferita, e fece fuoco su se stesso, sparandosi al petto.

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