Malìa

Malìa

Agenore è un ragazzo occhialuto di 34 anni, né bello né brutto, laureato in scienze politiche, che lavora come impiegato in un ente pubblico della nostra città.

Alle donne, in genere, non piace. E’ considerato antiquato, non è iscritto a Facebook e non ha un eloquio brillante. Legge poesie e conosce poeti sconosciuti, ma oggi le poesie non interessano più a nessuno, e se hanno più di quattro versi stufano subito il 99% della popolazione adulta.

Gli amici, in genere, quasi vergognandosi per lui del suo nome, lo chiamano Age. Troppa fatica pronunciare quel nome sdrucciolo di quattro sillabe. E sì che lui ci tiene: lo portava suo nonno, e alcuni personaggi mitologici greci. Roba morta, superata.

Agenore lavora dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 17.

Ha un’ora di tempo per mangiare, e pranza regolarmente in un bar chiamato Il Parigino. Ci lavorano il proprietario, che fa il cuoco, e due belle ragazze di un paese vicino, simpatiche, dai bei sorrisi di cui sono generose con gli avventori. Servono ai tavoli e ricevono complimenti senza battere ciglio.

Una di loro ha avuto un incidente di macchina, per un mese non verrà al lavoro. La sostituisce Silvia, la moglie del proprietario. Deve avere qualche anno più della sostituita, ma suscita immediatamente l’ammirazione di tutti per il fisico slanciato, il portamento elegante e il sorriso tanto spontaneo quanto luminoso.

Agenore viene folgorato.

Prende prudentemente informazioni. Gli sembra impossibile che questa splendida ragazza, che avrà sì e no 25 anni, sia sposata col proprietario del locale, un uomo di quarant’anni mal portati, sciatto e scontroso. Non sa che quella donna è nata addirittura prima di lui, e se lo sapesse non ci crederebbe. Si direbbe che ha fatto un patto col diavolo, se non fosse che si tratta di una creatura sicuramente più consona al paradiso che all’inferno.

Agenore la osserva come i suoi colleghi, ma vede cose diverse da loro, e tace. Loro, appena lei si allontana, si abbandonano a triviali commenti sul deretano di lei, certamente ben disegnato. Agenore, un po’ indignato ed un po’ avvilito per quel comportamento, si estranea dalla discussione, e la osserva avidamente. Scorge in lei qualcosa di cui nessuno pare accorgersi. Ci riflette a lungo e poi sa di che cosa si tratta. Ella possiede la Grazia.

Alla fine della settimana, Agenore è interamente conquistato da lei. Ascolta estasiato l’esposizione del menù del giorno, che ella recita con una piacevole inflessione regionale, e chiede spiegazioni sui piatti per il solo piacere di sentirla parlare ancora.

Ella ormai ha invaso i suoi pensieri. Il sabato e la domenica non fa che porsi domande su di lei. Lascia che l’immaginazione la porti accanto a lui, lontano da quell’indegno marito, le sorride e si lascia irradiare dal sorriso di lei, le stringe una mano, poi le carezza un avambraccio, si avvicina al viso di lei e con le labbra le sfiora il viso. Per alcuni giorni non ardisce andare oltre.

Inizia la seconda settimana, ed Agenore è impaziente di rivedere Silvia. Con sua grande delusione, non c’è. Non osa chiedere notizie, mangia di malavoglia e va via in gran fretta.

Il giorno dopo ella ricompare, radiosa più che mai. L’assenza di colleghi rende Agenore leggermente sfacciato, le confessa con disinvoltura la delusione del giorno prima. Lei sorride, e sembra capire di aver conquistato un potere su Agenore. Egli a sua volta capisce, e ammutolisce. Nei giorni seguenti è più cauto. Però continua a pensare a lei, e si accorge che, per quanto la desideri anche fisicamente, questo rappresenta solo una piccola parte della sua attrazione per lei.

Arriva venerdì sera. Agenore, con la morte nel cuore, si prepara a due giorni senza Silvia. Un paio di bicchieri di vino lo aiutano a sprofondare nelle riflessioni. Che cosa rappresenta Silvia per lui? Rimugina un paio d’ore, e conclude di esserne innamorato. Si tratta però di un amore che, anche ove fosse corrisposto, non avrebbe modo di svilupparsi. Agenore favoleggia di fughe, di duelli col marito di Silvia, trasferimenti in un’altra città dove nessuno li conosce. Avverte infine con profondo dolore l’ingiustizia di quella perla che solo lui ha saputo riconoscere, e che nondimeno gli è sottratta senza rimedio.

Inizia la terza settimana, ed Agenore va al Parigino a mangiare assieme ad un collega, che gli è anche amico.

Silvia non c’è.

Alla ragazza che viene a prendere le ordinazioni Agenore chiede: «Ma Silvia il lunedì non viene?». Lei lo guarda stupita, ma risponde prontamente: «no, il lunedì va a trovare la nonna in ospizio».

Il collega di Agenore nota la delusione di lui, e sarcastico gli chiede: «non ti sarai mica innamorato di Silvia?», e ridacchia, felice della sua perfidia.

Agenore tace indispettito, poi si arrende, gli pianta uno sguardo deciso negli occhi, e si lascia andare alla sincerità: «Non proprio innamorato. Attratto, sì, attratto irresistibilmente. Ammaliato».

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