Perché non accolgo più praticanti nel mio studio (2)

Perché non accolgo più praticanti nel mio studio (2)

Quasi un anno e mezzo fa pubblicai questo articolo, nel quale spiegavo perché da qualche anno non accolgo più praticanti nel mio studio.

Ritorno sull’argomento perché quell’articolo ha avuto un inatteso successo, testimoniato dai numerosi commenti ricevuti, alcuni dei quali sono pubblicati in calce ad esso (la moderazione che applico è blanda, ma credo di poter pretendere un minimo di educazione da chi entra in casa mia); altri li ho ricevuti via email, e attraverso lo stesso strumento ho avuto uno scambio di idee con i miei interlocutori.

Le reazioni al mio articolo si possono classificare in tre gruppi.

Il primo gruppo è costituito dalle reazioni di comprensione o addirittura di approvazione. Provengono pressoché esclusivamente da miei colleghi avvocati.

Il secondo gruppo, il più folto, è costituito da reazioni di irritazione, a volte furibonda. Provengono pressoché esclusivamente da laureati o laureandi in giurisprudenza che aspirano a diventare avvocati, o perlomeno a compiere la pratica forense.

Il terzo gruppo è costituito da reazioni di perplessità e/o depressione. Anche queste provengono per lo più da aspiranti avvocati.

Ciò mi ha consentito di raggiungere una prima conclusione, per la verità assai banale: è più facile mettersi nei panni propri (o dei propri simili) che in quelli degli altri. Sorprendente, no?

Una ulteriore riflessione è questa. Sono poche le persone che sanno leggere con attenzione un testo. Nel mio articolo spiegavo semplicemente che non avrei più accolto praticanti nel mio studio, perché non mi aspetto di ricevere da uno di essi qualcosa che valga ciò che io mi sentirei in dovere di dare ad un laureato che facesse la pratica forense nel mio studio. Mi sembra che sia sfuggito a molti che questa scelta nasce anzitutto dal rifiuto di essere parte di un rapporto patologico di sfruttamento, che talvolta si stabilisce tra avvocati senza scrupoli e giovani bisognosi. Ciò che viene percepito dall’aspirante avvocato è solo l’aspetto che egli evidentemente ritiene decisivo, il rifiuto di accogliere praticanti. Questo ha chiaramente conseguenze dolorose per chi viene rifiutato, e capisco che sia forte la tentazione di fermarsi a questo. Mi piacerebbe che fosse compreso, tuttavia, che, se sono giunto a questa drastica decisione, non è per disprezzo nei confronti dell’aspirante avvocato, ma semmai per rispetto della sua dignità.

Il mondo degli avvocati, per come lo vedo io, è costituito sempre meno da persone che cercano l’eccellenza in questa professione e sempre più da persone che cercano semplicemente di arricchirsi grazie ad essa. Le due aspirazioni possono in astratto combinarsi, ma ho l’impressione che questo riesca a pochi. Per il futuro temo che riuscirà sempre meno. La tanto agognata competitività sarà cercata e trovata lungo strade diverse da quella dell’eccellenza nell’esercizio professionale. Per chi, come me, ha scelto di non percorrere quelle strade, è difficile oggi avere praticanti, perché va bene non arricchirsi, ma bisogna almeno mettersi in condizione di vivere dignitosamente. Ciò che purtroppo è difficilmente conciliabile col trattamento dignitoso del praticante, che diventa in conclusione un costo insostenibile.

A coloro che, più o meno direttamente, mi hanno rimproverato la mia grettezza, per non voler trasmettere ad altri la passione per questa professione e il gusto della ricerca dell’esercizio eccellente di essa, rispondo che oggi il mercato nel quale operiamo scoraggia fortemente questa pur apprezzabile propensione altruistica. Essa poteva facilmente svilupparsi in situazioni più floride (quando il numero degli avvocati era sensibilmente inferiore a quello attuale), che però non ci sono più e verosimilmente non torneranno più. Capisco che questa sia una situazione frustrante, e che la tentazione di prendersela con qualcuno sia forte. Dubito però che sia una buona idea prendersela con me, che ho semplicemente preso una decisione razionale in una situazione della quale non sono causa, se non in minima parte.

Non intendo comunque scoraggiare chicchessia dall’intraprendere la professione di avvocato. Né avrebbe senso da parte mia, perché essa lo fa già benissimo da sé.

Spero anzi, per il bene che le voglio, che ad essa si dedicheranno i migliori, e che avranno il successo che meritano.

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