Perché non accolgo più praticanti nel mio studio

Perché non accolgo più praticanti nel mio studio

Ricevo frequentemente email di neolaureati in giurisprudenza che mi chiedono di compiere la pratica forense nel mio studio.

Rispondo a tutti, spiegando perché non posso accogliere la richiesta. A volte in modo sintetico, a volte in modo più dettagliato, e comunque impiegando una quantità non trascurabile del mio tempo, perché mi metto nei loro panni e mi comporto nei loro confronti come vorrei che si comportassero loro con me, a parti invertite.

Attendo ancora di ricevere una email di risposta, nella quale mi si dica: grazie lo stesso. Grazie di aver speso qualche minuto per leggere la mia email e per rispondermi.

Poiché oggi fare l’avvocato richiede più che mai una gestione oculata del proprio tempo, ritengo opportuno, a partire da oggi, evitare le risposte personalizzate.

Rispondere devo rispondere: me lo impone l’educazione che ho ricevuto dai miei genitori ed insegnanti. Non tratterò pertanto le richieste di aspiranti praticanti come lo spam che ricevo quotidianamente e che cancello in tempo zero.

Però da oggi rispondo con un link a questo articolo. Rispondo una volta per tutte, perché le ragioni sono sempre quelle che espongo sotto, e preferisco esporle in modo dettagliato ed onesto. Forse in tal modo riesco persino a prevenire qualcuna di quelle richieste, perché magari qualche aspirante praticante si dà la pena di dare un’occhiata al mio sito prima di trasmettermi la richiesta.

Ora provate voi a mettervi per un attimo nei miei panni. Chiedetevi che interesse potrebbe avere un avvocato ad accogliervi nel suo studio.

Se siete abbastanza onesti, vi rispondereste che accogliereste un/una praticante se pensaste di aver bisogno di lui/lei.

Gran parte del lavoro che fa un avvocato nel corso di una giornata è ripetitivo, noioso e poco gratificante. Potrebbe farlo anche una persona non laureata in giurisprudenza. A maggior ragione, quindi, una persona laureata in giurisprudenza.

Perciò è ragionevole che un avvocato faccia questo calcolo: faccio fare il lavoraccio ad un neolaureato, ed io mi concentro sul lavoro che richiede competenza ed esperienza. In cambio do al tapino quattro soldi (quando glieli do), ma soprattutto la possibilità di avere un certificato di compiuta pratica, e quindi di sostenere l’esame per diventare avvocato.

A me questo non interessa.

Da molti anni ormai ho scelto di fare personalmente tutto il lavoro, compreso quindi quello “sporco”, normalmente destinato ai praticanti. Confesso che mi piace fare questo lavoro esattamente come quello più qualificato, e lo faccio cercando di raggiungere la perfezione.

Potrei dire che lo considero un esercizio di umiltà, e sotto certi aspetti non sarebbe neppure sbagliato. Voglio però essere sincero: a me non interessa essere virtuoso, bensì essere felice. Per raggiungere questo risultato, cerco di farmi piacere tutte le cose che faccio, a partire da quelle considerate meno piacevoli.

Non puoi essere felice se fai un lavoro che non ti piace.

D’altra parte, difficilmente potrai raggiungere l’eccellenza in un lavoro che non ti piace.

Io aspiro ad essere un avvocato eccellente, e ritengo che non potrò mai soddisfare questa aspirazione, se non avrò il controllo di tutta la mia catena produttiva.

Anche se fossi Carnelutti (e sicuramente non lo sono), a mio sommesso avviso avrei ancora bisogno, per diventare un avvocato eccellente, di conoscere alla perfezione, ad esempio, tutti i segreti delle cancellerie: quando conviene mettersi in fila, quando conviene ripassare, come impiegare il tempo che si trascorre nell’attesa, e così via.

Io non sono un industriale dell’avvocatura. Sono un artigiano. Non mi interessa essere a capo di una multinazionale con cento avvocati alle mie dipendenze.

Se ho bisogno di una sostituzione in udienza, chiedo la cortesia ad un collega di studio, o ad uno dei tanti colleghi con i quali ho rapporti cordiali. Se si tratta di una cortesia che richiede un impegno oneroso, pattuisco un compenso per il collega che delego a compiere un’attività.

In sostanza, non ho alcun bisogno di un praticante.

Il discorso potrebbe finire qui, ma l’occasione è buona per trattare un paio di argomenti laterali.

La pratica legale è una cosa seria. Non è una formalità posta tra la laurea in giurisprudenza e l’esame di avvocato. E’ un’attività che dovrebbe mettere in condizione una persona laureata in giurisprudenza di iniziare a svolgere l’attività di avvocato in modo dignitoso. Chi accoglie un praticante deve essere in grado di dedicargli spazio e tempo. A me scarseggiano l’uno e l’altro. D’altra parte, avrei difficoltà a scorgere buone ragioni per dedicare tempo prezioso ad insegnare il mio lavoro a qualcuno che, se le cose andranno bene, diventerà un mio concorrente in un mercato sempre più difficile. Sono cose che di norma si fanno solo per i propri figli, se proprio non se ne può fare a meno.

Già, perché oggi molti avvocati si chiedono se sia conveniente per i loro figli continuare l’attività dei genitori. Molti colleghi con i quali ho discusso di questo argomento ritengono che, tra le professioni legali, quella dell’avvocato sia la meno vantaggiosa. Perciò sognano per i figli laureati in giurisprudenza carriere alternative: notaio, magistrato, dirigente della pubblica amministrazione.

Dal punto di vista economico, in effetti, la professione di avvocato non offre da tempo le stesse prospettive che offriva sino a dieci anni fa. Si tratta di un mercato nel quale l’offerta è cresciuta a dismisura, mentre la domanda tende da tempo a diminuire.

Anche il prestigio della professione si è notevolmente affievolito. Non so quali ne siano le cause, ma mi sembra probabile che tra le principali di esse vi siano il sensibile aumento del numero degli avvocati e verosimilmente il deteriorarsi della loro qualità media.

Di tutto questo credo che la maggior parte degli aspiranti praticanti siano consapevoli in minima parte. Lo scoprono dopo, quando ormai è troppo tardi.

Mi piace allora pensare che, quando dico di no ad un neolaureato che vorrebbe fare la pratica forense presso il mio studio, in fondo gli sto facendo un favore, anche se egli non lo sa.

Questo però non lo dico a nessuno, perché detesto essere paternalista.

Ognuno è libero (si fa per dire) di andare incontro al suo destino.

Se io oggi mi laureassi in giurisprudenza e fossi seriamente determinato a diventare un avvocato, pur non avendo un amico o un parente disposto a farmi da dominus, farei come ha fatto un mio giovane amico: andrei all’ordine degli avvocati più vicino e chiederei se hanno un elenco di avvocati disposti ad accogliere praticanti nel loro studio. Se volete avere un’idea di come potrebbe andare a finire, potete leggere il brano riportato qui.

42 commenti

  • Audax61 ha detto:

    Leggo con piacere le condiserazioni di un Collega Onesto e Serio.
    Le recepisco integralmente, le faccio mie e mi auguro che altri Colleghi si ritrovino in questa tipologia di Professionisti.
    “Artigiani” del (e nel) Diritto, nel senso che pensiamo, disegnamo, tagliamo, cuciamo e, infine, ma solo “infine”, confezioniamo.
    Civile o penale che sia, con umiltà, dedizione e spirito di sacrificio in un momento tra i più bassi (forse il più basso in assoluto) che la categoria abbia mai attraversato, per svariati ordini di ragioni.
    Il praticante dovrebbe essere edotto, ancor prima di approcciare alla professione, di tutto ciò che essa richiede.
    Altrimenti, agli Albi vi saranno sempre più iscritti ma sempre meno Avvocati.

  • Taormina ha detto:

    l’avvocaticchio oggi fa la fame e il praticante lavora gratis fino a 40 anni se non ha lo studio di famiglia….fate altro!!!

  • Nadia ha detto:

    Facile dire fate altro.. Facile rifiutarsi di insegnare il mestiere perché si teme la concorrenza
    E’ un ambiente cinico, ma quale qualità

  • Stefano ha detto:

    Sinceramente trovo quanto scritto qui abbastanza inquietante. Un avvocato, oltrepassati i 40 anni che ha uno studio mediamente avviato, è fisiologicamente impossibilitato a seguire per intero la “linea produttiva” del lavoro (accessi alle cancellerie, adempimenti, udienze, ricevimento clienti, redazione atti, attività di pubbliche relazioni volta ad acquisire nuovi clienti). L’impossibilità è totale se si esercita in ambito civile, in un grande foro (si pensi che per eseguire un pignoramento serve una mattinata intera e mettersi in fila dal primo mattino). Se un avvocato avviato può permettersi di fare tutto da sé, significa che o non ha una grande mole di lavoro oppure che si è costretti a lavorare 24h su 24 facendo i salti mortali tra le svariate attività sempre al limite dell’impossibilità di tappare ogni buco. Specie se ci si occupa di materie o temi giuridicamente complessi è impossibile trattare in modo adeguato le questioni se si perde tempo nelle cancellerie dei tribunali, per non parlare del fatto che tutto ciò comprometterebbe l’attività collaterale propria di ogni buon avvocato di fare attività di public relation per acquisire nuovi clienti. Alla fine ne verrebbe compromesso il fattore “eccellenza” citato nel blog. La sostanza del discorso è che a certi livelli avere collaboratori è inevitabile e fisiologico con buona pace di quanto scritto su questo blog.
    Non mi pronuncio su altri temi toccati quale l’atteggiamento verso i praticanti.

    • Clitemnestra ha detto:

      Vecchio post ma blog, vedo, attivo, quindi…chissà, forse il destinatario riceverà la mia risposta…..

      Credo che, banalmente, il motivo per cui un avvocato di una certa età non accoglie praticanti o comunque collaboratori, sia semplicemente perchè o non ha abbastanza lavoro da aver necessità di un collaboratore o non ha comunque i soldi nemmeno per il misero rimborso spese che, bene o male, si usa dare.

      Lasciando perdere gli infiocchettamenti gentili, chi ha davvero uno studio seriamente avviato non solo non riesce a far tutto da solo, ma ha anche piacere di un confronto. Dubito fortemente della competenza di chi fa civile, amministrativo e penale tutto da solo, senza neanche lo straccio di un collega in studio.
      Un bravo collaboratore, sia praticante che avvocato, pur senza essere un genio, è preciso, affidabile, paziente, capace di adattarsi agli orari e allo stile del dominus, studioso e pertanto in-di-spen-sa-bi-le. Impara in fretta e consegna al dominus lavori finiti, che non necessitino se non di un veloce supervisione. E li consegna con abondante anticipo sulla scadenze, in modo che il capo abbia tutto l’agio di rivederli. E collateralmente si gestisce anche in autonomia pratiche e clienti, laddove a ciò delegato.

      Io sono l’esempio vivente di tutto questo. Non sono un genio ma ho tutte le qualità sopradescritte. Ho fatto pratica tradizionale (dove, preciso, non è vero che il dominus deve “insegnare” a mo’ di maestro o benefattore, bensì è onere del praticante apprendere, lavorando e studiando sempre e comunque), passato l’esame di stato a 27 anni subito, e non ho cambiato molti studi. Ho sempre scelto realtà boutique, dove poter crescere su molti campi e avere responsabilità, anche importanti. Ho portato clienti. A 32 anni, sono economicamente indipendente e con soddisfazione e lavoro in un bel gruppo, dove come tutti, m’impegno senza guardar l’orologio, cerco di dar soluzioni concrete al cliente a prescindere da formalismi, linguaggi forbiti e tariffari, sono contenta di imparare cose nuove anche se ciò accade di domenica e sono già 10 ore che sono in studio, correggo anche gli altri se mi accorgo di errori ancorchè non riguardino mie pratiche, mi tengo costantemente aggiornata anche se non ho spesso nemmeno il tempo per dormire.

      L’avvocatura può essere diversa, signori e la riforma deve partire da noi, da noi singoli, prima che dai nostri legislatore. Più impegno, competenza, rispetto umano e passione.
      Meno chiacchiere, egoismi e falsità.

      • Agostino Mario Mela ha detto:

        Ci sono tante esperienze.
        Un bravo collaboratore, tu dici. Purtroppo quelli che oggi si propongono per fare la pratica forense sono quasi tutti individui previdenti che vogliono guadagnarsi una via di fuga, qualora non riesca il loro piano principale (magistratura, pubblica amministrazione, università). In sostanza, persone che vogliono prendere quello che gli serve, dando il meno possibile.
        Intendiamoci, ho avuto anche di questi collaboratori. Ora sono tutti avvocati cassazionisti. Nessuno di loro, tuttavia, ha mai avuto praticanti. Sarà un caso.

  • Maria ha detto:

    Gent.mo Avv.to Mela sono una neo laureanda in giurisprudenza. Ho letto quanto ha scritto e da un lato mi sono messa nei suoi panni ( per quanto io possa immaginare s’intende) ma dall’altro lato mi chiedo lei si è messo nei panni di un laureato? In fondo anche lei lo è stato, ha studiato per diventare l’artigiano che è adesso. Perchè una professione così nobile non può essere condivisa? Mi sono iscritta perchè pensavo che la giustizia fosse un modo utile per aiutare le altre persone,mi sono iscritta perchè credo che la Giustizia sia ancora uno dei valori che una persona dovrebbe avere. Mi sconforta un po’ il suo scritto, ma al mondo d’oggi non dovremmo essere uniti e collaborare insieme piuttosto che individualisti?
    Ad ogni modo la ringrazio per quanto ha scritto, mi ha dato la possibilità di vedere un’opinione diversa. Le auguro buon lavoro
    Cordiali saluti

  • EmyCaruso ha detto:

    Quanta onestà!
    Detto ciò posso -da ex avvocato penalista e da ex praticante – esprimere un Pensiero valevole per entrambe le parti: il praticante è utile se sa fare e non da fastidio all’avvocato cui serve una mano (qualora il lavoro Sia tanto). L’ipocrisia che ho vissuto io è durata otto anni. In un grande studio Dove collaboravo (Anche fino a 12 ore al giorno) da praticante non percepivo nulla e da avvocato lo stipendio non era tollerato! Per nessuno. Si rimaneva nello studio per il prestigio riflesso con lo scotto di non avere diritti e chiedere i soldi per pagare le spese ai genitori (laddove possibile)! Questa è la realtà del sud dove una giovane laureata abilitata neanche a 28 anni, si cancella dall’albo per mancanza di fondi e per sfinimento fisico/intellettivo. Ragazzi, se avete la possibilità NON iscrivetevi a giurisprudenza con l’obiettivo di Fare l’avvocato – a meno che le possibilità familiari e/o economiche ve lo permettano. Fate altro! Più della metà dei miei compagni di avventura lavora sodo dovendo PAGARE PER LAVORARE. E
    Chi
    Si “permette” di staccarsi riceve come premio
    L’isolamento dalla “casta” e la possibilità di lavorare diviene un miraggio. Senza troppo generalizzare, il discorso va inserito nel contesto della mia regione.

  • Ignazio ha detto:

    Sono un giovane neolaureato in giurisprudenza. Certamente è ammirevole il tempo speso per questo articolo, ma emergono profonde contraddizioni e anche se posso permettermi,un pizzico di arroganza a mio modo di vedere, che potrebbe anche essere sbagliato, ci mancherebbe.
    Come fa a predicare umiltà se poi, riportando le sue parole “avrei difficoltà a scorgere buone ragioni per dedicare tempo prezioso ad insegnare il mio lavoro a qualcuno che, se le cose andranno bene, diventerà un mio concorrente in un mercato sempre più difficile”. Non mi sembrano parole di una persona umile.
    E come fa a sapere in anticipo di fare un favore “anche se lui/lei non lo sa” ad una persona che neanche conosce? Forse ha un dono che noi comuni mortali non abbiamo.
    La ringrazio per il tempo speso per questo articolo e per le risposte ai miei colleghi, ma a dirla tutta non è lei che fa un favore a tutti i neolaureati. Sono i neolaureati che sono fortunati a non entrare in studi dove il loro destino è segnato. Per fortuna “ognuno è libero di andare incontro al proprio destino”. Senza rancore ovviamente.

  • Domenico ha detto:

    Ringrazio l’avv.Mela per la sua onestà intellettuale, dato che veramente in pochi spendono il loro prezioso tempo a fornire spiegazioni ai praticanti.
    Voglio però dissociarmi dal noto discorso ” la professione non rende” oppure ” solo se sei hai uno studio di famiglia già avviato puoi campare” , come emerge dall’articolo e relativi commenti.
    Sono solamente un praticante, spero ancora per poco tempo dato che sono parecchio infastidito dallo “stigma” che tale posizione comporta, soprattutto grazie a quegli “avvocati” che si credono un gradino più in su di un povero praticante. Innanzitutto dico una cosa: sono felice del mio lavoro e tra 3 giorni, dopo soli 5 anni d’inizio della mia esperienza lavorativa, mi sposerò. Questo passo, importante, posso farlo anche perchè ho raggiunto la mia indipendenza economica ed oggi guadagno discretamente, grazie proprio a questa bellissima professione.
    Non vengo da una famiglia di avvocati. Non ho avuto uno studio in regalo nè potrei vivere di rendita. In compenso ho molta creatività e passione, davvero molta. Dopo solo 1 anno di pratica avevo capito che non c’era molto spazio negli studi degli avvocati “avviati”, o meglio lo spazio esisteva, ma per lo più per essere sfruttati come muli…
    Mi sono messo da subito per i fatti miei, pubblicizzandomi con facebook e tra tutti i miei amici. Dopo due anni di di crescita come praticante penalista, ho ottenuto 2 sentenze senza precedenti in materia penale, in relazione ad un reato di cui in genere mi occupo più di altri…Questo mi ha permesso di essere intervistato su giornali, tv e quotidiani molte volte, tanto da divenire in breve conosciuto anche all’estero nell’ambito delle mie competenze. E, lo ricordo, sono solo un praticante di 30 anni.
    Spesso mi capita che mi chiamino avvocati molto più grandi di me per avere consigli, mentre qualche giorno fa ho scoperto che i miei guadagni dell’ultimo anno hanno superato quelli del mio ex-dominus di 40 anni più grande . Non è fantascienza, è proprio così. Questo perchè non smetto mai di studiare e di fare ciò in cui credo come fosse una missione, non mi abbatto, non mi faccio piegare dal pensiero negativo ed omologato della massa che non sceglie ma si fa trasportare. Allontano da me i casi per cui non mi sento portato e non mi occupo per esempio di Diritto Civile perchè so già che sarebbe solamente una perdita di tempo per me che voglio trattare esclusivamente la materia penale. Forse qualcuno pensa che la mia sia solamente fortuna…Personalmente credo che se usiamo testa e cuore possiamo arrivare dove vogliamo, anche nella tanto denigrata professione forense che oggi tutti gli “avvocatoni” sostengono sia in declino. Magari per loro….per me ( e non sono di certo il solo) la professione è solo in ascesa e non posso che essere felice di questo. Buon lavoro e buona vita a tutti.

    • Andrea ha detto:

      Complimenti Domenico.. se la tua storia è vera sei il solo o poco ci manca..

    • GALYA Slavkova ha detto:

      Buona sera,
      Ho visto le cose che Lei ha scritto e sono d `accordo.Io sono laureata in giurisprudenza con master,adesso faccio il secondo master in diritto fiscale svizzero la Supsi.Non mi piace diritto civile ,mi piace fiscalita e diritto penale.Non sono con lingua madre italiana e per me e ancora piu difficile.AdESSO cerco anche io un avvocato dove devo fare la pratica .Mi piacerebbe se possiamo restare in contato .Mi chiamo GALYA ,ho 33 anni.
      Auguro una buona serata e aspetto la vostra risposta presto.
      P.S:Mi dispiace per il mio italiano…,non e ottimo…

  • Gianluigi ha detto:

    Caro Domenico, siamo tutti felici per te. Ma certi ragionamenti (sul declino e le difficoltà di una professione) si fanno sui grandi numeri e non su di un singolo caso tra l’altro in prima persona. Nessuno nega che ogni 10000 avvocati ci sia quello che – per bravura, arguzia, intelletto, fortuna, genialità, etc etc etc – fa passi da gigante e si guadagna fama, virtù e dindini. Ma gli altri 9.999??? Li vogliamo far vivere nell’illusione che la professione, ad oggi, sia una saggia scelta? Personalmente io non credo tanto alle storie tipo la tua. (Non ti sto criticando attenzione). Tuttavia se hai scelto la missione, il sacrificio, la dedizione h24, come minimo hai chi ti ha fatto mangiare e dormire sogni tranquilli fino al momento dello “svezzamento”. Ti prego, non venirci a dire che non è vero e che magari facevi il cameriere per vivere, non ti credo… Concludo con quanto mi è stato detto da un avvocato molto importante di una città Romagnola (conosciuto a livello nazionale) di cui, per ovvie ragioni, non faccio il nome. Parlando della professione e contrattando sul mio possibile ingresso nel suo studio (cosa non avvenuta perché la proposta di collaborazione era folle…e forse anche lui…), ha detto questa frase (la cui saggezza ho scoperto successivamente, ripensandoci): “L’avvocato è ed è sempre stata una professione per ricchi”. Buona vita a voi (e ricordate che si può essere felici anche facendo il giardiniere…).

  • athene noctua ha detto:

    Quoto a pieno Gianluigi e ringrazio luis per l’articolo: folle, lucido, vero e pieno di ironia. Chi esce da giuri non sa quello che deve affrontare se decide di cominciare il c.d. “tirocinio forense” (pratica legale) e la botta dal mondo delle favole dell’Università e la jungla della realtà si fanno sentire. Togliamo i due concorsoni a numero limitato (notaio e magistrato) ed entriamo nel mondo dell’avvocatura: per 18 mesi offri gratis manodopera all’Avv. che a scatola chiusa ti prende in studio. Sgomento, stranezza, l’ufficio notifiche … Ce ne sarebbero da raccontare! Finito questo ciclo, fatto di attese in tribunale, fotocopie più o meno riuscite, marche da bollo per copie autentiche, depositi più o meno telematici, scrittura di atti (quanti ? Quali), assistenza ad udienze (il campo civile spopola per decreti ingiuntivi, opposizione a questi, eventuali accordi e rinvii, etcetc) puoi finalmente sostenere l’esame di stato. Incognita totale. E’ giusto questo? A quel punto pensi che studiare legge è stato bello, mi ha sicuramente aperto la mente, ma imparare a fare giardinaggio per mestiere non sarebbe poi così male! La polemica perdura dalla notte dei tempi, “l’abbiamo fatto tutti”, ma quindi ? Poi, il praticante si abilita, è avvocato. Come aprirsi lo studio? Sostenere anticipando tutte le spese ? Versare varie somme all’Ordine di appartenenza ? Questi ed altri mille paradossi si affrontano in tale mondo !

  • Caterina ha detto:

    Ho letto tutto quanto sopra con estrema attenzione . Ciascuno ha esposto il proprio punto di vista alla luce della personalissima esperienza . Sono un ex avvocato che dopo dieci anni di attività ( oltre il biennio di pratica – anni 1999-2001 ) nel dicembre 2013 ha consegnato in segreteria del Foro di appartenenza domanda di cancellazione volontaria dall’Albo . Scelta sofferta e inevitabile in quanto , ed in parte , determinata dall’ eccessivo ed insostenibile livello dei costi per l’esercizio di questa amatissima e delicatissima professione . è assolutamente vero che , a fronte di una sempre più generosa offerta di servizi nel settore legale , non sempre , anzi sempre meno, la domanda ha soddisfatto i requisiti minimi di un ristoro economico . In altre parole la clientela sempre più in difficoltà ( es. ritardi pagamenti , o addirittura mancata corresponsione degli onorari , ritardi nella liquidazione delle pratiche ammesse al gratuito patrocinio , etc, etc, sono solo una componente , forse transitoria , della difficoltà che attraversa la professione oggettivamente in questi ultimi anni . Poi ci sono le componenti soggettive : a grandi linee si deve pur “sopravvivere” soltanto dopo aver pagato affito studio , utenze telefoniche , luce, etc. abbonamenti vari , cassa forense , rata annuale i8scrizione ordine avvocati , assicurazioni ( professionale e infortunii ) , etc. etc. …….beh si …. effettivamente è UNA PROFESSIONE ESERCITABILE SOLO da persone DIVERSAMENTE BENESTANTI ( nel senso di possesso di fonti alternative di reddito, per la volgare necessità di mantenimento della propria persona ed eventualmente della propria famiglia ) QuANDO LE SPESE SUPERANO I PROFITTI DALL’ESERCIZIO DELLA LIBERA PROFESSIONE è ALTAMENTE OPPORTUNO rimettere in discussione la scelta di continuare in questa attivitò. Diversamente ………………….parliamo di VOLONTARIATO, l’avvocato può essere inteso anche come una missione offrendo gratuitamente la propria assistenza. gli ideali spesso non riescono a sposarsi con la realtà dei fatti …. è quello che accade , è accaduto a me : senza mezzi ( denaro ) non fai molta strada e sei costretto a fermarti . LA mia esperienza mi ha insegnato ( troppo tardi ) che se non appartieni ad una famiglia benestante avrai sempre tante difficoltà ad andare avanti, in quanto la carenza del necessario corredo dell'””entourage familiare”” ed ambientali che possano foraggiare e avviare la tua attività ed i tuoi sforzi lavorativi segnano negativamente il destino professionale ….e questo ” la casta ” lo sa bene

    • Andrea ha detto:

      Si ma poi cosa hai fatto… che lavoro hai trovato sono nella tua stessa situazione e vorrei smettere di fare questo lavoro non guadagnando più niente dopo dieci anni di attività.. ma poi cosa vado a fare???

  • Gianluigi ha detto:

    Ebbene si, non dobbiamo nasconderci dietro un dito. Come ho detto nel primo post, non volevo additare il commento di Domenico, al quale posso serenamente credere. Tuttavia, quando esprimo certi concetti ed una determinata visione delle cose, non sto osservando la realtà esclusivamente dal mio personalissimo punto di vista. Individualmente ho svolto un percorso normale, senza infamie e senza lodi: laurea a 25 anni, pratica in studi di medie dimensioni sotto pagato e sotto stimato, abilitazione successiva, collaborazione con altri studi di medie dimensioni (sotto pagato e dunque, sotto stimato) e poi, esausto, all’età di 35 anni, mi sono messo in proprio (tanto, morir di fame per morir di fame!). Per far questo, però, ho dovuto rinunciare alla mia indipendenza. All’età di 35 anni ho deciso di tornare a vivere dai miei (per eliminare spese di affitti, utenze, alimenti, etc) e mi son detto: ora ci provo da solo, esperienza acquista e tanta voglia! Niente di fatto…. trovare clienti è difficile….. andare avanti dura…. Devi conoscere…. devi avere già denaro… e devi avere tanta passione… Forse io, personalmente, non ho più quest’ultima… non conosco nessuno e non ho denaro sufficiente per proseguire nell’attesa… Ma, come me, ne conosco a bizzeffe… Ecco perché non parlo solo a mio nome… ma a nome di tanti anonimi..

  • Tomas ha detto:

    Molto interessante l’articolo, mi piace la sua filosofia di vita anche se non condivido alcuni punti.

    Probabilmente mi piace la vena filosofica delle sue argomentazioni perchè mi rivedo molto di ciò che scrive.

    Un punto su cui vorrei spendere due parole è quando ha parlato di istruire nuove leve. Tralasciando le motivazioni economiche, ritengo che un giorno quando avrà maturato tale esperienza (non che ora ne abbia maturata poca, non mi permetterei mai di affermare nulla di simile) avrà il bisogno di istruire una persona che riterrà degna del suo tempo: in fondo penso che trasmettere le proprie conoscenze sia un pò come mettere al mondo un figlio (in senso metaforico ovviamente).

    I miei saluti più disinteressati, Tomas.

  • Tony ha detto:

    La fame é la più grande delle fortune, bisogna solo saperla trasformare in rabbia.

  • luna ha detto:

    Onesto Avv. Mela leggo con molto piacere quello che lei ha scritto.
    Alla fine dei miei amati studi in giurisprudenza, avrei voluto incontrare una notevole persona come lei, in grado di indirizzare o forse illuminare i novelli praticanti. Invece mi sono trovata in uno studio dove di tutto aveva bisogno tranne che di una praticante da formare…
    Ha ragione un praticante necessita tempo, deve essere affiancato dal dominus, formato da questi, e per me purtroppo non è stato così. Con tanta delusione dopo un semestre di pratica, sono praticamente scappata ed ora sono alla ricerca di un lavoro.
    Certo la delusione di aprire gli occhi e non avere più la possibilità di “metter mano nel diritto” è stata tanta, ma forse sarebbe stata più dolce se avessi incontrato una persona onesta come lei,in grado di dire NO, con tanto d motivazione vera, a a mio avviso verissima.

  • Alix ha detto:

    Quanta aridità! Chi ama il proprio lavoro ha anche il desiderio di tramandare ciò che sa fare. Allora si prende un praticante, gli insegna la professione portandolo ovunque con sè e gli concede uno stipendio dignitoso. Questo lo rende un dominus corretto, un professionista ed un uomo rispettabile.

  • JUDE ha detto:

    Salve, ho letto tutto l’articolo con attenzione, e seppur ad una prima lettura mi sia parso interessante, sono finita inevitabilmente per calarmi nella parte del praticante che semplicemente le ha inviato la mail nella speranza di essere accolto ed avviato ad una professione stupenda. Personalmente ho iniziato ad “imparare” molto prima di terminare gli studi. Ho incontrato una persona che amando il proprio lavoro, ed apprezzando la mia passione per la materia, ha iniziato ad insegnarmi a mettere “in pratica” le conoscenze giuridiche piano piano acquisite. Mi sono notevolmente appassionata alla materia, ed ho imparato da subito ad appassionarmi alle storie della gente, pur non potendola conoscere (io all’inizio redigevo semplicemente qualche atto, nel tentativo di imparare a scrivere “come un avvocato”). Sono grata alle persone che hanno deciso di aiutarmi ad imparare ed avanzare nella mia professione. Sono stati la “nave scuola” che mi hanno permesso di diventare esattamente il tipo di avvocato che avrei voluto essere. Sono cresciuta e ho fatto tesoro di ogni esperienza. Penso che l’avvocatura sia esattamente questo. Se fare questo lavoro fosse soltanto redigere atti, accodarsi nelle cancellerie, o presiedere a qualche udienza, sarebbe un totale fallimento!
    Personalmente credo che nel suo modo di vedere l’avvocatura manchi quel “cuore” che ogni bravo avvocato mette in questa professione.
    Allo stesso modo, ogni praticante non dovrebbe vedere il tirocinio formativo, come semplicemente il periodo di tempo che intercorre tra il termine degli studi e l’esame di Stato. Entrambe le cose dovrebbero essere ben altro!
    Se ognuno di noi ragionasse come espone lei nell’articolo, il senso dell’avvocatura andrebbe perso…totalmente!
    A me hanno permesso di crescere il continuo confronto, la passione, il tempo, la severità (ogni bravo dominus sa che è necessario essere autorevolmente severi, per permettere al praticante di imparare seriamente), e certamente la dedizione e la voglia di svolgere con dignità e spirito di sacrificio la professione.
    Ripeto, manca cuore nel suo modo di vedere le cose…quel pizzico di umanità che rende l’avvocatura un’impresa emozionante, un lento navigare attraverso la vita, insieme alla gente ed alle sue storie…
    Provi! Penso che le piacerà!

  • Michelangelo La Tella ha detto:

    Buonasera.
    Sono un Vice Questore della Polizia di Stato e, nel mio passato, prima di vincere il concorso da funzionario (ero prima agente e poi ispettore di polizia) avevo deciso di diventare avvocato.
    Ho fatto una vita infame. Di giorno a studio e di notte in volante, mattina a studio e pomeriggio a rilevare incidenti mortali per strada.
    Ho sacrificato tutto. Affetti, fidanzate, famiglia. Per 3 anni e mezzo ho fatto una vita da prigioniero finché, ben 13 anni fa, ho superato l’esame presso la Corte d’Appello di Roma. Ripeto, Roma, non Catanzaro o Vibo Valentia. Con buona pace dei perbenisti e dei tifosi di sepolcri imbiancati che adesso si sentiranno offesi da questa mia affermazione.
    Ma tant’è…
    Dicevo … Dopo 3 anni e mezzo supero l’esame. Il mio dominio da praticamente per scontato che io lasci la polizia per lavorare con lui in un avviatissimo studio legale ai Parioli. E io che faccio? Non ho il coraggio di lasciare il posto fisso è sicuro e non faccio il grande passo …
    Ora, dopo tanti anni, ancora rimpiango di non essere avvocato ma benedico la mia prudenza.
    Quello che guadagno ora non è tanto ma sicuramente molto di più di quello che la METÀ degli avvocati romani porta a casa NETTI a fine mese. Tutti i mesi, per 12 mesi all’anno e con tredicesima a dicembre e premio produttività a giugno.
    Non so se ho fatto bene e ancora penso, ogni tanto, a come potere cercare una nuova strada che mi porti alla professione senza rischi e senza patemi d’animo a fine mese, quando arriva la rata del mutuo.
    Certe scelte vanno fatte a tempo debito,
    Il mio è passato e sono contento così, il resto verrà da se. Ma di una cosa sono certo: la molla economica non mi ha stimolato allora e non lo fa ora, alla soglia dei 44 anni.
    Però essere avvocato lanciato è affermato non sarebbe stato male … Per fortuna, il lavoro che faccio mi dà soddisfazioni di tipo diverso ma pur sempre avvolgenti e che mi completano.
    Buona serata a tutti e scusatemi se ho usato questo spazio per lasciare uscire qualche pensiero a voce alta.

  • Raffaele ha detto:

    Salve a tutti. Sono un giovane studente che vorrebbe iniziare gli studi di giurisprudenza, nel particolare indirizzarla al ramo economico, cioè giurisprudenza d’impresa. Io sono disposto a fare la gavetta, solo che quasi tutti mi sconsigliano questo percorso così come l’avvocatura che mi piacerebbe molto.
    Ma è davvero così nera come tutti dicono su questa professione? Equivale davvero a rovinarsi se si sceglie questo ambito?
    Un cordiale saluto a tutti.

    • DAVID C30 ha detto:

      Non ascoltare nessuno
      Segui solo la tua passione e i tuoi sogni
      Scegli la facoltà che preferisci senza le influenze negative di chi purtroppo non ce l’ha fatta. I discorsi sulle difficoltà che si incontrano ad inizio carriera riguardano tutte le professioni (ingegneri, commercianti, artigiani ecc)
      Come dicevano i latini: “per aspera ad astra”.
      Ps: laureando in giurisprudenza

      • Agostino Mario Mela ha detto:

        Bravo Raffaele! E’ questo l’atteggiamento giusto. Anche se le difficoltà saranno peggiori di quanto immagini, e ti pentirai mille volte del tuo ottimismo. Però, se arrivi ad un punto fermo, sarà una conquista.

  • Lucia ha detto:

    Certo, rimane da apprezzare la sincerità…solo quella, poiché è inevitabile chiedere all’avvocato che rifiuta di prendere praticanti nel proprio studio, come abbia fatto lui dopo la laurea a portare a compimento la sua pratica per poter sostenere l’esame e abilitarsi alla professione. Purtroppo ci si dimentica sempre da dove si è partiti! Se tutti gli avvocati facessero così, neppure lei adesso avrebbe uno studio.

  • Lucia ha detto:

    Ho letto mal volentieri quanto scritto sopra, è ritengo opportuno precisare che un giovane laureato in giurisprudenza (se potesse) farebbe a meno di svolgere la pratica forense presso studi legali che spesso e volentieri ritengono che la pratica sia la legalizzazione dello sfruttamento di un giovane.
    La pratica aiuta i giovani a diventare professionisti con le fotocopie, a tenere la borsa al dominus, a portargli il caffè..ecc…ecc….degradante.

    Siamo noi giovani che vorremmo non aver bisogno di Voi laureati in giurisprudenza con l abilitazione all’esercizio della professione forense!

  • Cristina ha detto:

    Sono una neo-laureata in economia,
    sono capitata qui per caso e non posso fare a meno di lasciare un commento. Non è il mio ambito, non è il mio campo, ma mi trovo a VOLER fare la praticante e a ricevere solo porte in faccia.
    Parto dalla fine, perchè mi ha fatto ridere la parte del “Se io oggi mi laureassi in giurisprudenza e fossi seriamente determinato a diventare un avvocato, pur non avendo un amico o un parente disposto a farmi da dominus, farei come ha fatto un mio giovane amico: andrei all’ordine degli avvocati più vicino e chiederei se hanno un elenco di avvocati disposti ad accogliere praticanti nel loro studio.”. Ebbene, io questo l’ho già fatto, anche se mi sono laureata da meno di 20 giorni. Solo uno studio commerciale, nella mia città, ricerca praticanti. Disponibilità full time, neanche un minimo di rimborso spese, insomma: dovrei lavorare 8 ore minimo al giorno, per 18 mesi, senza ricevere un euro. Conviene con me che se accettassi questo “lavoro” non potrei trovarmi nessun altro impiego per poter guadagnare qualche spicciolo e non dipendere, ANCORA, dalla mia famiglia.
    Sono andata anche da altri dottori commercialisti, i famosi “il commercialista di…, l’amico di…” ma nessuno ha bisogno. Ora, mi chiedo, faranno tutti il suo stesso ragionamento? Beh certo, se così fosse tra circa 30/40 anni, quando voi tutti sarete in pensione, gli studi sarebbero davvero molto pochi, in quanto fanno il praticantato solo I FIGLI DI… Ma ci rendiamo conto che, se tutti seguissero il suo ragionamento, non saremmo nemmeno in una società degna di essere chiamata così?
    Sono laureata da pochissimo, e già mi viene la nausea nel pensare che non potrò fare quello che ho sempre voluto, io misera laureata, figlia di un umile camionista, perchè nessuno vuole farmi fare quello che DEVO per poter effettuare l’esame di abilitazione.

    • Agostino Mario Mela ha detto:

      Cara Cristina,
      per quanto capisca il tuo dramma, non posso condividere le tue conclusioni.
      Bisogna accettare il fatto che ciascuno faccia solo ciò che rientra nel suo interesse. Questa è la realtà, e sarai d’accordo con me che mettersi contro la realtà non sia del tutto conveniente.
      Tu sei figlia di un umile camionista. Va benissimo, io sono figlio di un umile bracciante agricolo, che guadagnava quando poteva lavorare, e quando non poteva lavorare andava a caccia di frodo. In questo modo ha fatto campare una famiglia di tre figli. Io, per un curioso caso della sorte, mi trovo nella necessità di far campare a mia volta una famiglia con tre figli, e poiché non so cacciare, devo farlo con quello che so fare, cioè l’avvocato. Vuoi che mi preoccupi di quelli che, con tutte le difficoltà attuali, vogliono fare gli avvocati? No, mi preoccupo dei miei figli, e pazienza per tutti gli altri.
      Se per te è fondamentale fare il commercialista, troverai probabilmente il modo di farlo, non so come. Però, sai cosa? Primum vivere, deinde philosophari.

      • JDB ha detto:

        è divertente che lei stesso definisca “un curioso caso della sorte” tutto quello che ha fatto (tra studi e sacrifici) per diventare un avvocato. Avvocato non ci si diventa con la fortuna ma sudando e lottando. Per favore smettiamola con questo buonismo da due soldi che tanto non sono “consigli per il nostro bene”! I tribunali sono ormai delle giungle dove solo il più forte sopravvive ed i più deboli per paura di morire scoraggiano chi è fuori a percorrere questa strada soltanto perchè temono giovani in grado di schiacciarli. Gli avvocati possono essere anche milioni questo non significa proprio nulla, non conta l’età, non conta l’esperienza ne il voto di laurea ne il nome dello studio. Conta solo la sentenza e questa (almeno ufficialmente) esula da tutte le condizioni anzidette.

  • Salvo Randazzo ha detto:

    Gentile Avvocato, mi permetta qualche breve considerazione su quanto scrive. Il problema credo non sia nell’opinione del singolo (e la sua è stata chiara e sincera) e nelle valutazioni che ne derivano sull’accogliere o meno praticanti. Il problema è a monte. L’accesso alla professione forense è schermato da un impegnativo e almeno biennale periodo di pratica “obbligatoria” e da un successivo e “obbligatorio” esame di abilitazione. Sono obblighi e non facoltà, per fare gli avvocati. Una peculiarità della professione forense che non troviamo (ma l’art. 3 della Costituzione è fuori moda?) nelle altre libere professioni di medico o ingegnere o architetto ecc., che seppure prevedano esami di ammissione sappiamo benissimo che si tratta di poco più che formalità…
    Concludo il mio ragionamento: visto che l’Ordine degli Avvocati richiede (certo lo fa la legge , ma l’Ordine credo lo avalli, diversamente chiederebbe un sistema diverso al legislatore) un filtro di questo rigore deve dico “deve” farsi carico della formazione e dovrebbe essere un obbligo degli avvocati, che da quell’Ordine sono rappresentati, offrire tale possibilità ai praticanti che lo desiderino, magari con un sistema proporzionato alla tipologia di interessi professionali o al fatturato dello studio.
    Dunque delle due l’una: o rigore nell’ammissione ma garanzie per i praticanti o libertà di svolgimento della professione ed equiparazione sostanziale alle altre professioni.
    Altra faccenda è quanto lei scrive a proposito di prospettive di lavoro e consigli, su cui ciascuno può valutare e accogliere o meno tali consigli. Ma, appunto, è altra questione.
    La ringrazio dell’attenzione.

  • Agostino Mario Mela ha detto:

    Lei pone un problema serio. Se si rende obbligatoria la pratica presso un studio, in qualche modo la possibilità di accedere alla professione è condizionata alla disponibilità di chi già la pratica. Questa però non è questione affatto indipendente dalle prospettive di lavoro offerte dalla professione. La professione è, per così dire, un meccanismo che tende all’equilibrio: quando ne diminuisce la redditività, diminuisce sia l’interesse ad intraprenderla, sia quello di chi l’ha già intrapresa ad agevolare altri nell’intraprenderla.
    Io penso che la pratica presso uno studio privato potrebbe essere forse opportunamente sostituita dalla pratica presso uffici legali di enti pubblici, e/o la frequenza di una scuola ad hoc. Anche in questo caso, però, è impensabile che l’accesso possa essere indiscriminato. Si tratta sempre di impiegare risorse pubbliche per inserire persone nel mondo del lavoro. Si dovrà sempre tenere conto dell’entità delle risorse disponibili e dell’interesse generale ad agevolare quell’inserimento.

  • Marco ha detto:

    Non sono d’accordo. Il praticante se valorizzato lavora e guadagna anche lui. Sono da evitare i furbetti del quartierino

  • Eolo ha detto:

    Buona sera,

    Rispetto in pieno quanto scritto nel post, anche se non sono assolutamente d’accordo.

    E’ chiaro che fino a quando il praticante è visto come potenziale concorrente il ragionamento esposto sopra è, in un certo senso, coerente.

    Però tale ragionamento andrebbe bene in un mondo statico, dove le cose non cambiano, dove una volta acquisiti clienti, non occorre animarsi più di tanto per raggiungere risultati economici, e ci si può dedicare completamente alla professione come aspirazione professionale.

    In un contesto mutevole, dove il divario economico diventa sempre più ampio tra i grandi studi e i “piccoli” professionisti (quando dico piccoli mi riferisco anche a quegli studi dove operano 3/4 professionisti), il praticante in prospettiva futura può, anzi sicuramente lo è, una risorsa importante, a patto che questo si trasformi in professionista, che voglia diventare un artigiano della professione così come narrato nel post.
    Credo che ad oggi ciò che sia carente nel nostro Paese è la visione strategica dei professionisti, soprattutto nell’acquisire la mentalità imprenditoriale, pur preservando la qualità delle prestazioni offerte. Oggi si parla di crisi, perché i liberi professionisti non riescono a stare al passo con i tempi, e sono troppo ancorati ad una concezione antiquata della professione, che se non ancora sorpassata presto lo sarà. Da ciò deriva che i professionisti di oggi prima di essere consulenti altrui devono essere consulenti di sè stessi, cosa che in passato non è mai accaduta.

    • Agostino Mario Mela ha detto:

      Sono totalmente d’accordo. La mia probabilmente non è una visione di lungo respiro, ma ciò dipende dal fatto che sono più vicino alla pensione che all’inizio della professione.

  • Angelo ha detto:

    Una scelta che comunque merita stima. Meglio non accogliere praticanti per avere lavoro “gratis” in studio, ma dedicarsi al lavoro per il 100% da soli. Ci vuole coraggio ed una visione dell’avvocatura come professione e non come impresa individuale.

  • Daniela ha detto:

    Straordinaria la risposta. Una opera d’arte quella del suo amico a cui rimanda con link. Ho fatto delle grasse risate e ne avevo bisogno. Mi ha cambiato l’umore della giornata.

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