Prepararsi alla morte

Prepararsi alla morte

E Levin, padre di famiglia felice, uomo sano, fu varie volte così vicino al suicidio, che nascose una corda per non impiccarsi, ed ebbe paura di andare col fucile per non spararsi. / Ma Levin non si sparò e non si impiccò e continuò a vivere.
(Lev Tolstoj, Anna Karenina)

 

 

Subito dopo aver compiuto 51 anni, ho concepito l’idea di scrivere un libro intitolato Prepararsi alla morte.

Uno degli uomini che più ho ammirato nella mia vita, Camillo Benso, conte di Cavour, morì circa due mesi prima di raggiungere quell’età. Lo scoprii per caso, e ne rimasi sorpreso. Cavour fece tante di quelle cose importanti nella sua vita, che non avrei mai immaginato che la sua vita fosse durata così poco.

Altri uomini che hanno destato la mia ammirazione ebbero vite brevi, ma questo l’ho sempre saputo: Piero Gobetti morì a 25 anni, Antonio Gramsci a 46, Ernesto “Che” Guevara a 39. Cavour invece me lo sono sempre rappresentato come un vecchio: la stessa idea che egli potesse essere stato giovane, come chiunque altro, mi sarebbe sembrata stravagante.

Quando ho scoperto che stavo per raggiungere l’età che aveva Cavour quando morì, ci ho pensato su e ho raggiunto due conclusioni importanti: 1) ero un uomo di “una certa età” (quale età? Quella dopo la quale si può solo peggiorare); 2) era tempo — detto in modo sbrigativo ed un po’ sgradevole — di pensare alla morte.

Avere cinquant’anni nel ventunesimo secolo non è com’era avere cinquant’anni sino alla metà del ventesimo. Allora si era semplicemente vecchi. Molti erano già nonni, o sulla strada per diventarlo. Nel ventunesimo secolo, se hai avuto una vita serena e ti sei ben amministrato, potresti essere nel periodo migliore della tua vita. Soprattutto se ti sei “fatto una posizione”. Hai una personalità ormai formata, sai cosa ti piace e come ottenerlo, e hai ancora abbastanza energie almeno per provare ad ottenerlo.

Ciò non toglie che la maggior parte della tua vita si sia ormai consumata.

Nel momento in cui ho concepito l’idea del libro la vita media dell’italiano maschio era di circa 78 anni. Mio padre è morto a 72 anni e mezzo, suo padre a 75 anni.

Diciamo allora che mi potevo ragionevolmente aspettare di vivere ancora trent’anni, poco più, poco meno. E’ un tempo abbastanza lungo nella vita di una persona, ma sembra più breve quando si parla degli ultimi trent’anni.

Fu così che decisi di prepararmi alla morte, alla mia morte.

A questa decisione seguì, poco tempo dopo, quella di scrivere un libro sulla mia preparazione alla morte. L’idea di lasciare un resoconto scritto mi era venuta semplicemente perché avevo tre figli molto piccoli (Fabio neonato, Francesco di tre anni e mezzo, Olivia di quasi sei anni). Mi aveva spinto la dolorosa consapevolezza del fatto che sarei potuto morire prima che diventassero adulti, privandoli del mio contributo alla loro crescita morale e intellettuale. Volevo lasciare loro questa sorta di eredità, qualcosa che potessero leggere per trovarci qualcosa di me. In modo che potessero dire, in qualche modo: «ecco, questo era mio padre».

Non, pertanto, un manuale su come prepararsi alla morte, ma la storia, diciamo così, di come io mi sono preparato. Riflessioni sparse, che magari sarebbero state utili a qualcuno, ma che non avevano questo scopo dichiarato.

Lo scopo dichiarato, invece, avrebbe dovuto essere quello di lasciare ai miei figli qualcosa di più eloquente di una lapide in un cimitero. Qualcosa che magari sarebbe servito loro per prepararsi alla vita, o, per meglio dire, per affrontare la vita quando non avrebbero più potuto contare su di me.

Prepararsi alla morte?

In che senso?

Sir Robert Baden-Powell è passato alla storia come fondatore del movimento scout, grazie al quale per poco non vinse il premio Nobel per la pace. Si firmava B-P., con le iniziali del suo cognome, che sono anche quelle del motto da lui coniato per gli scout: Be Prepared. In italiano suona come Sii pronto (preparato), o siate pronti (preparati). Pronti nello spirito e nel corpo a fare il vostro dovere, spiegherà nel suo celebre libro Scouting for Boys.

Gli scout cattolici italiani hanno tradotto questo motto con Estote parati, espressione latina presa dal Vangelo (Matteo 24,44 e Luca 12,40), con ciò volendo sot­tolineare la rilevanza della parte spirituale nella formazione degli scout.

Gli evangelisti Matteo e Luca ammoniscono ad essere pronti per la venuta del Signore, che può arrivare quando meno te l’aspetti. In un’ottica laica, questo significa pronti per morire.

La differenza fondamentale tra l’ottica cristiana e quella laica è che per un cristiano morire significa iniziare una vita di maggior pregio, la cosiddetta vita eterna, mentre per un laico morire significa concludere la propria unica, irripetibile vita, e cessare quindi di esistere. Per il cristiano prepararsi alla morte significa allora mettersi nelle migliori condizioni per poter godere di una vita eterna prestigiosa (il Paradiso), e quindi, in sostanza, prepararsi a rendere conto in qualunque momento del proprio comportamento nella vita terrena a qualcuno che deciderà come essa sarà.

Per un laico agnostico questa è solo una eventualità. Per un ateo, una fantasia inventata per affrontare la paura della morte e magari per convincere gli altri uomini a sottoporsi a certe regole, anche quando esse risultano sgradite.

Io sono un agnostico, ma considero quella della vita eterna un’ipotesi remota.

Il mio atteggiamento nei confronti della morte dipende dalla considerazione di essa come termine dell’esistenza. Non mi aspetto nulla dopo di essa. Sono ragionevolmente convinto del fatto che, quando il mio cuore avrà cessato di battere, non sentirò e non vedrò più nulla, non avrò più alcuna sensazione. Che senso ha prepararsi a questo?

Non ha alcun senso, e questa è la ragione per la quale ho rinunciato all’idea di scrivere un libro intitolato Prepararsi alla morte.

Sono giunto alla conclusione che il problema non è quello della morte, ma quello della vita. Difficile vivere senza contemplare di tanto in tanto il pensiero della morte, e ancora più difficile vivere bene senza che l’idea della propria morte sia accettata serenamente.

Accettare serenamente l’idea della propria morte significa contemplare tale evento come possibile in qualunque momento, senza esserne paralizzati.

Per raggiungere questo risultato io non saprei consigliare ai miei figli e a chiunque altro nulla di meglio dello studio della filosofia. Non della storia della filosofia, ma della filosofia.

In particolare, la filosofia di Epicuro.

Ogni tanto spendo dieci minuti a rileggere il suo testo più famoso, la Lettera a Meneceo (più nota come Lettera sulla felicità). Pagine immortali nelle quali si trova scritto tutto quello che serve per affrontare la vita, compresa l’idea della propria morte.

A me piace ricordare questa frase: «La morte, una volta arrivata, non ci arre­cherà dolore, mentre se attesa in modo stolto provoca sofferenza».

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