Questua a domicilio

Questua a domicilio

Quella mattina l’avvocato Renzi era di malumore. C’era da sostituire una lampada al neon, collocata esattamente sopra la sua scrivania, e l’elettricista era in ritardo di oltre mezz’ora. Quando sentì suonare il campanello si precipitò ad aprire. Nonostante la sua mole, in un attimo fu davanti alla porta, pronto a protestare la sua indignazione per l’abissale ritardo.

Sennonché non si trattava dell’elettricista, ma di un omettino scuro con gli occhialetti, vestito di bianco, vagamente somigliante a Ghandi, il quale teneva nella mano sinistra un elefante di legno. Porse la mano destra all’avvocato Renzi, il quale, sbalordito, gliela strinse con riluttanza, senza riuscire a nascondere la sua ripugnanza per quel contatto. L’omino iniziò subito a lamentarsi della sua povertà di indiano e di una malattia non meglio precisata. Non ci volle molto all’avvocato Renzi, temprato da vent’anni abbondanti di professione, per capire che si trattava dell’ennesimo questuante. Assunse perciò il suo volto di rito, ostentante un falso rincrescimento, e rispose sbrigativamente che gli dispiaceva molto, ma non era in grado di aiutarlo. Quello continuò come se niente fosse. Allora l’avvocato mise da parte ogni diplomazia e lo pregò con tono infastidito di andarsene, perché aveva molto da fare. Nulla. Quello continuava a piagnucolare e restava sull’uscio, impedendo all’avvocato di chiudergli la porta in faccia.

Finì che l’avvocato Renzi perse la pazienza: lo spinse con violenza fuori dallo studio, e gli gridò: «vada via, brutto pidocchio!».

E sbattè la porta inferocito.

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