Spedizione punitiva

Spedizione punitiva

Partimmo alle quattro di mattina. La notte era serena ma fresca. Nessuno di noi parlò di quel che c’era da fare, ne avevamo discusso il giorno prima sino alla nausea, sino all’ultimo dettaglio.

Parlammo di calcio, arrivammo quasi a litigare. Intervenne Rinaldo a raccontare una barzelletta, il nervosismo sparì immediatamente.

Poco prima dell’alba eravamo sul posto. Ci appostammo in modo da non essere visti. Quando il nostro uomo uscì dal palazzo, tre di noi scesero cautamente, mentre il quarto rimase al posto di guida. Fu Rinaldo ad afferrare l’uomo e a sbatterlo contro il muro. Gianni lo colpì violentemente al fegato, e quello si piegò con un lamento. Insieme lo raddrizzarono e lo tennero fermo contro il muro. Estrassi il coltello e glielo infilai nel ventre, aprendoglielo da destra a sinistra. Lo fissai severo negli occhi, spalancati per il dolore, e gli dissi: «impara che le bambine non si toccano».

Eseguii rapidamente la mutilazione che avevamo programmato, gli infilai il reperto in bocca, che gli sigillammo con nastro da pacchi.

Lasciammo che cadesse in terra e, dopo un ultimo sguardo di disprezzo, ci allontanammo senza dire una parola.

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