Suicidio inspiegabile

Suicidio inspiegabile

Salvatore aveva compiuto da poco 53 anni, il giorno nel quale fu trovato penzolare mestamente da un vecchio carrubo, nel giardino della sua casa al mare. Fu il figlio maggiore a trovarlo. La madre lo aveva invitato ad andarlo a cercare là, prima di denunciarne la scomparsa ai carabinieri. Questi dovettero comunque essere chiamati, ma solo per constatare che Salvatore non aveva più bisogno di essere cercato.

Ricevuta l’autorizzazione del sostituto procuratore di turno, i carabinieri rimossero il cadavere di Salvatore, con l’aiuto del figlio.

Non risultò, ad una sommaria indagine, che Salvatore fosse depresso, né che avesse problemi tali da giustificare il suicidio. Fu disposta pertanto l’autopsia, ma non furono trovate tracce di violenza sul suo cadavere, né alcunché che potesse far sorgere dubbi sul fatto che Salvatore si fosse impiccato da sé.

La situazione economica di Salvatore era florida. Non gli erano state diagnosticate malattie importanti. Aveva un rapporto amorevole con la moglie e i figli e nessuna relazione extraconiugale.

Nessuno dei familiari ricordava di averlo mai udito lamentarsi di qualcosa di grave, né manifestare tristezza o turbamento. Per quanto poco ciò potesse rilevare — considerato che si trattava di persone che in Salvatore erano abituate a vedere una soluzione più che un problema — questa fu considerata la prova decisiva del fatto che non esistevano spiegazioni razionali del gesto di Salvatore. Perciò fu classificato nella categoria dei suicidi inspiegabili.

Se però qualcuno avesse chiesto al suo amico Mario, che in silenzio assistette al funerale di Salvatore, ed in silenzio accompagnò il carro funebre in cimitero, avrebbe saputo che da qualche mese Salvatore era meno loquace del solito; che spesso si era lamentato del fatto di essere stanco e, richiesto di spiegare la sua stanchezza, non aveva potuto o voluto dire nulla di più; che in ogni suo discorso, anche il più sensato e ragionevole, si era potuto intravedere un inconsueto distacco dalle cose del mondo, anche quelle che lo riguardavano da vicino.

Nessuno però chiese nulla a Mario, e Mario nulla disse.

Il sabato mattina successivo al funerale, al bar con i soliti amici, Mario lasciò che qualcuno avanzasse qualche cervellotica teoria sulle ragioni del suicidio, e che qualcun altro emettesse un’esclamazione di maniera sull’imperscrutabilità della mente e sull’imprevedibilità dell’agire umani.

Mario tacque allora, e in seguito, ripensando più volte all’amico, continuò a tacere, anche con se stesso. E ciò, non perché lo strazio o il rispetto per la memoria dell’amico gli impedissero di parlare, ma perché, semplicemente, aveva percepito in modo chiaro che non c’era nulla da dire.

1 commento

  • Anna Maria ha detto:

    Che disperazione e che abisso nel quale precipitare! Come avrebbe dipinto Munch questa storia?

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