Una causa persa

Una causa persa

Quell’anno si concluse con un evento luttuoso.

Il vecchio avvocato Zaniboni, che aveva da tempo raggiunto l’età per la pensione, ma continuava ad esercitare in attesa che il figlio maggiore si laureasse in giurisprudenza, si suicidò (qui non importa come) poco prima che mezza Italia levasse i calici al cielo in onore del nuovo anno.

Un mese prima aveva perso una causa, nella quale il cliente aveva tutte le ragioni del mondo, ma non era bastato.

Un giudice appena nominato, con un cavillo che aveva l’unico scopo di dimostrare l’ingegnosità del suo autore, gli aveva dato torto, condannando il cliente dell’avvocato Zaniboni a rifondere le spese di giudizio alla controparte.

La sentenza non era destinata a sopravvivere al giudizio di appello; in ogni caso, nessuno avrebbe potuto imputare nulla all’avvocato Zaniboni per quell’esito dolorosamente imprevisto.

Nondimeno, l’avvocato era improvvisamente invecchiato. Aveva esposto pacatamente al cliente l’esito della causa, le ragioni della decisione, quelle sulla base delle quali sarebbe stato opportuno — se non doveroso — impostare l’appello.

Il cliente era stato freddamente a sentire. Si congedò con l’avvocato Zaniboni promettendo che si sarebbe fatto sentire, ma in cuor suo aveva già deciso.

Due settimane dopo telefonò all’avvocato Zaniboni per comunicargli sbrigativamente che avrebbe sì fatto appello, ma con un altro avvocato. Chiese di trasmettere a questo tutti gli atti, e a lui il conto finale, che avrebbe provveduto a saldare rapidamente.

L’avvocato Zaniboni lo rassicurò sulla pronta esecuzione dell’incarico residuo, aggiungendo che, visto l’esito negativo della causa, null’altro gli avrebbe richiesto. Quello lo ringraziò con distacco per la sua signorilità e e mise giù il telefono.

Poi fu il silenzio.

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