Dialogo tra un avvocato e un giudice (relativamente) onesti

Dialogo tra un avvocato e un giudice (relativamente) onesti

Due uomini di sessant’anni ad un tavolo stanno per brindare con vino bianco.

Questa è la trascrizione fedele del dialogo che si svolge tra di loro.

GIUDICE: A noi!

AVVOCATO: E alla tua pessima sentenza, che mi ha fatto perdere una montagna di denaro!

GIUDICE: Ueilà, che caduta di stile. Le sentenze si rispettano. Al massimo si impugnano. Vai in Cassazione, se hai ragione si precipiteranno a dartela. Non gli sembrerà vero smentire due giudici di merito!

AVVOCATO: Alla fine me l’hai fatto pagare, il fatto di essere stato il primo della classe in una classe nella quale tu eri il secondo.

GIUDICE: Naturalmente. Però me la sono presa comoda. In tribunale, quando eravamo giovani, se non sbaglio ho dato ragione per due volte ai tuoi clienti.

AVVOCATO: Verissimo. Quello è il tuo alibi nei miei confronti. La sentenza di oggi è l’alibi nei confronti di tutti gli altri, compreso il Consiglio Superiore della Magistratura.

GIUDICE: Ah ah, ma non può esserlo. Denunciami! Puoi dire che io non mi sono astenuto in una causa nella quale uno dei difensori è stato mio compagno di liceo, ed è mio compagno abituale di bevute.

AVVOCATO: Vuoi fare l’avvocato con me? Non ti vado certo a denunciare dopo una causa persa. Noblesse obblige.

GIUDICE: La realtà è che tu hai pensato: Bene, bene, la causa viene decisa dal mio compagnuccio. Sono in una botte di ferro. Vergògnati!

AVVOCATO: Dovresti vergognarti tu, di quella sentenza. Una motivazione stiracchiata fondata su due sentenze di cassazione che non hanno nulla a che fare col caso in discussione. Non certo una cosa alla tua altezza.

GIUDICE: L’altezza è sempre una cosa discutibile. Di certo non è stata la mia migliore sentenza, ma la ritengo una sentenza onesta. Ha buone probabilità di resistere in Cassazione. D’altra parte, ho una certa età, e non sono mai stato né Donello né Cuiacio.

AVVOCATO: Va bene, però non mi hai mai spiegato perché non ti sei mai astenuto nelle mie cause. Tuoi colleghi che non sono stati nostri compagni di classe l’hanno fatto, senza alcun problema, e con loro avevo solo giocato a pallone.

GIUDICE: L’ho fatto perché tu scrivi bene, molto bene, e non posso passare la vita a leggere solo schifezze scritte da mozzaorecchi. Inoltre, questo mi serve per dimostrare a me stesso di essere un buon giudice. Se posso giudicare con distacco in una causa dove uno dei difensori è il mio migliore amico, significa che posso fare questo lavoro con dignità.

AVVOCATO: Mah. Non mi convinci. Tutto questo non lo trovo tanto onesto, sai?

GIUDICE: Ora mi tocca anche sorbirmi lezioni di onestà. Valle ad impartire al mio collega PM che tradisce la moglie con la tua collega tettona. Sai di chi parlo, no?

AVVOCATO: Ma parli di disonestà nei confronti della moglie, o nei confronti delle istituzioni?

GIUDICE: La vera disonestà, quella irrimediabile, è nei confronti di se stessi. E questo coinvolge direttamente anche gli avvocati che vincono le cause con i testimoni falsi.

AVVOCATO: E bravo! L’hai ribaltata. Ma non esistono solo il bianco e il nero. Se io vinco una causa nella quale il mio cliente ha ragione, ma perderebbe perché non ha testimoni, e invece vince perché “trova” il testimone, questo è il trionfo della giustizia, altro che disonestà!

GIUDICE: Ah ah! Mi hai convinto. Ma ora basta parlare di onestà. Ora beviamo!

AVVOCATO: Inter pocula silet negotia. A noi!

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