È una tragedia la riduzione del numero dei parlamentari?

È una tragedia la riduzione del numero dei parlamentari?

Con legge costituzionale pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 12 ottobre 2019 il numero dei membri elettivi del nostro parlamento è stato ridotto: i deputati da 630 passano a 400, i senatori da 315 a 200.

Un quinto dei senatori ha chiesto di sottoporre la riforma al vaglio popolare, cosicché, in esecuzione dell’art. 138 della Costituzione, è stato indetto referendum popolare per il 29 marzo 2020. Perché la riforma diventi operativa occorrerà che la maggior parte dei votanti voti a suo favore in tale occasione.

L’esito favorevole, a quel che leggo, sarebbe scontato.

Ci sarebbe allora da chiedersi perché mai i promotori del referendum si siano presi la responsabilità di far uscire alcune centinaia di milioni dalle disastrate casse dello Stato.

A sentire alcuni di loro, la riforma osteggiata costituirebbe un vulnus alla nostra democrazia, in quanto ridurrebbe la “rappresentatività” del parlamento.

Difficilmente si potrebbe immaginare un argomento più flebile di questo.

Il numero dei parlamentari è una convenzione. Non si può pensare che una variazione di esso nella misura di quella determinata dalla riforma, che lo riduce di circa un terzo, possa avere alcun effetto del quale un cittadino si debba preoccupare. Il parlamento italiano avrebbe comunque più membri di quello statunitense. Il problema riguarda esclusivamente le 345 persone che non troveranno posto nel nuovo parlamento. Non esattamente un problema generale.

Lo stesso varrebbe, peraltro, se il numero fosse aumentato nella stessa misura. Non credo che ci sarebbe alcun guadagno in termini di democrazia, né l’aumento di spesa sarebbe tale da comportare un sensibile aggravio per le casse dello Stato.

Ho letto anche che, riducendo il numero dei parlamentari, verrebbe reso più facile per malintenzionati pieni di soldi comprare una parte di parlamento sufficiente per assumerne il controllo, e quindi, sostanzialmente, vanificare la democrazia.

Si tratta di un argomento a prima vista impressionante, ma che, a ben vedere, è ancora più flaccido di quello precedente.

Solo una persona totalmente digiuna di economia può pensare che il prezzo dei parlamentari sia indipendente dal loro numero. Il prezzo lo fa il mercato, ed è funzione di offerta e domanda. È verosimile che la diminuzione dell’offerta porti ad una aumento del prezzo.

Io trovo però deprimente che si debba discutere di come rendere difficoltosa la compravendita dei parlamentari. Esistono già sanzioni penali e politiche per chi si macchia di tale infamia.

A coloro che avversano la riforma piace anche sottolineare che il risparmio che la riforma comporta, stimato in circa cento milioni l’anno, è di entità risibile, pari al costo di un caffè per ogni cittadino.

Sarà, ma per quanto mi riguarda il mio caffè preferisco bermelo io.

Non c’è politico che non declami l’inevitabilità della riduzione del debito pubblico, ma i costi della politica sono sempre gli ultimi dei quali si considera il taglio. Sarà populismo, ma non mi sembra eccessivo pretendere che ogni tanto qualcuno dia il buon esempio.

Non credo, d’altra parte, che quello del risparmio sia l’argomento più forte a favore della riforma.

Per quanto mi riguarda, spero che riducendo il numero si innalzi la qualità media dei nostri parlamentari, che da un po’ di tempo a questa parte mi appare deplorevole.

Naturalmente non è detto, però mi sembra opportuno tenere a mente che la qualità dei membri del parlamento è forse più importante della loro quantità.

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