Esistono terroristi buoni e terroristi cattivi?

Esistono terroristi buoni e terroristi cattivi?

Le parole continuano ad essere importanti.

Tanto è vero, che i padroni del mondo cercano costantemente di impadronirsi anche del linguaggio.

Qasem Soleimani era un generale iraniano, noto principalmente per aver giocato un ruolo decisivo nella guerra contro l’ISIS in Iraq (fonte: Wikipedia). Egli è stato ucciso a Baghdad da un drone il 3 gennaio 2019.

L’omicidio è stato immediatamente rivendicato dal Pentagono, secondo il quale l’ordine di eseguirlo è stato emesso dal presidente Trump. Quest’ultimo ha twittato la foto di una bandiera americana, senza aggiungere alcun testo.

L’evento è stato commentato con entusiasmo da Matteo Salvini, leader di uno dei principali partiti politici italiani, con queste parole: «Donne e uomini liberi, alla faccia dei silenzi dei pavidi dell’Italia e dell’Unione europea, devono ringraziare Trump e la democrazia americana per aver eliminato Soleimani uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà». 

Al di là dei meriti e demeriti del generale Soleimani, e delle conseguenze che verosimilmente avrà la sua soppressione, vorrei fare un’osservazione sull’uso dei termini ‘terrorismo’ e ‘terrorista’.

Prendiamo qualche vocabolario della lingua italiana.

Il Garzanti, alla voce ‘terrorismo’ dà il seguente definiens: «metodo di lotta di gruppi e movimenti politici che, negando o vedendosi negata la possibilità di conseguire i loro fini con mezzi legali, cercano di rovesciare l’assetto politico-sociale esistente con atti di violenza organizzata».

Il Treccani: «L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili».

Il Sabatini Colletti: «Modalità di lotta politica basata su atti di violenza indiscriminati (attentati, sabotaggi ecc.)».

Il riferimento alla natura di chi pratica il terrorismo tende, più o meno consapevolmente, a distogliere l’attenzione dalla natura dell’attività che caratterizza il terrorismo. Con ciò suggerisce l’idea che il terrorismo sia un’attività CONTRO gli Stati, e non anche DEGLI Stati.

Non è forse un caso se nel 1937 la Società delle Nazioni definì il terrorismo quale l’insieme dei «fatti criminali diretti contro lo Stato in cui lo scopo è di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone» (fonte: Wikipedia).

Ciò può essere agevolmente spiegato col fatto che nella comune percezione il termine ‘terrorismo’ ha una connotazione negativa. Difficile simpatizzare per chi lo pratica, perché il “terrorista” viene percepito come un individuo spregevole.

Non a caso, tradizionali nemici, come americani e israeliani da una parte, palestinesi e iraniani dall’altra, si danno a vicenda del “terrorista”.

Nel senso più banale, entrambe le parti hanno ragione: il terrorismo è attività regolarmente praticata dagli Stati, direttamente (cioè, attraverso propri “organi”), o indirettamente, tramite organizzazioni da loro finanziate e sostenute in vario modo. Queste ultime assumono talvolta la denominazione di “squadroni della morte”, come numerosi gruppi paramilitari di estrema destra che hanno favorito l’ascesa di dittatori appoggiati dagli Stati Uniti in America Latina tra il 1960 e il 1990.

Se entrambe le parti hanno ragione, credo che chi cerca di dimostrare che una sola parte pratica il terrorismo, e l’altra no, voglia in realtà sostenere una tesi che potrebbe essere più onestamente espressa in questi termini: esiste un terrorismo praticato dai buoni, che pertanto è giustificato, ed uno praticato dai cattivi, che pertanto non lo è.

Questa tesi potrebbe essere giustificata in tanti modi, ma il più delle volte non lo è. O meglio, viene giustificata con una petizione di principio. Do per scontato il fatto di rappresentare la parte buona, e con ciò mi attribuisco il diritto di praticare un’attività sostanzialmente terroristica. Siccome però ‘terrorismo’ è una parola brutta, preferisco qualificare diversamente la MIA attività terroristica: ad esempio, come difesa dei valori della civiltà occidentale, della democrazia, etc. Condiziono pesantemente i mezzi di informazione, la scuola, etc. in modo che questo linguaggio diventi dominante. Arruolo schiere di intellettuali disposti a diffondere questa tesi. Li ricompenso con posizioni di potere, riconoscimenti prestigiosi, privilegi di ogni tipo. Gli altri, i cosiddetti dissidenti, li scoraggio danneggiandoli in tutti i modi possibili: li escludo da quei privilegi, li diffamo indicandoli come nemici della mia civiltà, traditori del Paese, e se insistono troppo trovo anche il pretesto per metterli in galera. Ci sono mille modi per favorire il consenso e reprimere il dissenso.

Io reputo un dovere morale di un intellettuale libero smascherare questo gioco di potere, che coinvolge pesantemente anche il linguaggio.

L’adempimento di questo dovere rappresenta un importante contributo non solo alla difesa, ma addirittura al progresso della nostra civiltà.

L’atteggiamento conformistico dei corifei del potere, invece, limita dannosamente sia la critica democratica alle decisioni del potere del momento, sia la ricerca e l’innovazione scientifica.

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